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	<title>Caffè Sarajevo &#187; reportages</title>
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	<description>Cultura e attualità dell\'est europeo</description>
	<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 10:43:53 +0000</pubDate>
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			<title>Caffè Sarajevo</title>
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		<title>Bosnia: Nasa Stranka, il nostro partito</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 10:27:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dalla fine della guerra il voto in Bosnia è stato sempre caratterizzato dall’appartenenza etnica. Da qualche mese, per superare questo empasse politico, Danis Tanovic -premio Oscar 2001 con il suo “No man’s Land”- ha fondato il nostro partito. Da Sarajevo, Cecilia Ferrara.

A Sarajevo, se davanti ad un caffè uno prova a parlare di politica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Dalla fine della guerra il voto in Bosnia è stato sempre caratterizzato dall’appartenenza etnica. Da qualche mese, per superare questo empasse politico, Danis Tanovic -premio Oscar 2001 con il suo “No man’s Land”- ha fondato il <em>nostro partito</em>. Da Sarajevo, <a href="http://blog.osservatoriobalcani.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/blog.osservatoriobalcani.org');">Cecilia Ferrara</a>.<span id="more-94"></span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">A Sarajevo, se davanti ad un caffè uno prova a parlare di politica e di partiti, la reazione della maggioranza delle persone sarà una smorfia di disgusto. La politica, diranno, è corrotta, nazionalista, non cambia niente e serve solo a fare soldi. Il livello di apatia in Bosnia Erzegovina è molto alto. Il paese è uscito dalla guerra civile 1992-95 stremato e diviso in due lungo le linee che erano state del fronte, la Repubblica Srpska a maggioranza serba da una parte e la Federazione di Bosnia Erzegovina a maggioranza croato-mussulmana. <strong>Nei 13 anni dalla fine della guerra non c’è stato nessuno che abbia parlato di riconciliazione</strong> e l’unico tipo di politica che viene fatto è di tipo nazionalista: i bosniaci di nazionalità musulmana votano i partiti musulmani, quelli serbi i partiti serbi e i croati idem. Al di là di ogni programma di governo. Allo stesso tempo questo porta anche ad una percentuale molto bassa di votanti: le scorse elezioni parlamentari furono solo il 53% dei cittadini a recarsi alle urne.</p>
<p class="MsoNormal">Ma da un paio di mesi c’è qualche cosa di differente. <strong>Danis Tanovic</strong>, il vincitore del premio Oscar 2001 con il film “No man’s Land”, che raccontò l’assurdità della guerra etnica, l’inefficienza delle Nazioni Unite e la spregiudicatezza dei giornalisti di guerra, ha lanciato un nuovo partito politico “<strong>Nasa Stranka</strong>”, il nostro partito. Ed allora tornando al solito caffè, se si vuol provare a chiedere cosa ne pensano di Nasa Stranka, gli avventori risponderanno senza il solito veleno, ma concederanno un “Bhè vediamo. Potrebbe essere qualcosa di buono. In fondo Tanovic è uno di noi che ce l’ha fatta e non entra certo in politica per i soldi o per la fama”.</p>
<p class="MsoNormal">Qualche mese fa sono iniziate a circolare interviste al giovane regista che raccontava di aver deciso di tornare a vivere nella sua città: Sarajevo. “Mi sono presto reso conto che non era possibile vivere normalmente qui – diceva Tanovic – non posso accettare il fatto che i bambini negli asili siano divisi a seconda della loro religione, o che i bambini debbano aspettare mesi per una semplice operazione”. Da qui la decisione di impegnarsi in prima persona per uscire dalla logica tipicamente bosniaca del “tanto non cambierà mai niente”.</p>
<p class="MsoNormal">Ma chi c’è dietro al partito del regista di “No Man’s Land”? Lo abbiamo chiesto al <strong>presidente Bojan Baijc, 30 anni </strong>appena ma con una solida esperienza di attivismo. “E’ tanto tempo che con altre persone delle ONG bosniache stiamo pensando ad un nuovo partito – spiega Baijc – Allo stesso tempo c’era un altro gruppo, il circolo di Danis e di altri intellettuali di Sarajevo, che si riuniva con l’intento di fare una iniziativa politica molto simile alla nostra”. I due gruppi si sono uniti ed hanno deciso di utilizzare il network e le infrastrutture delle ONG, l’influenza degli intellettuali Sarajevesi e, perché no, la fama e la reputazione del vincitore dell’Oscar Danis Tanovic.</p>
<p class="MsoNormal">“Il nostro obiettivo sono i giovani e persone che non hanno mai votato – continua Bojan Baijc – in questi giorni abbiamo ricevuto migliaia di e-mail, telefonate o sms, il 60,70% di questi sono persone che generalmente si astengono”. Ma per quale motivo c’era bisogno di questo partito? “I partiti attuali – dice Baijc – sono bloccati prima di tutto dalle loro bugie costituzionali. Cos’è una bugia costituzionale: ci sono queste 3 comunità etniche in Bosnia Erzegovina i Serbi, i Croati e i Musulmani che avevano tre obiettivi differenti durante la guerra. L’élite serba voleva una repubblica indipendente, l’élite bosniaca voleva uno stato senza entità e la élite croata voleva la sua entità. Nel 1995, a Dayton, tutte e tre le parti hanno firmato un accordo per fermare la guerra e lì i serbi hanno accettato il fatto che la Bosnia è un paese unico, i bosniaci hanno accettato che avesse due entità, e i croati hanno accettato di non averne una propria. Il giorno dopo aver firmato l’accordo i leader politici hanno iniziato a spingere di nuovo per gli obiettivi che erano quelli della guerra. Dal 1996 ad oggi <span> </span>non hanno fatto altro che reclamare le stesse cose: i bosniaci musulmani un paese senza entità, i serbi di Bosnia l’indipendenza, i croati una propria entità.”</p>
<p class="MsoNormal">“Noi invece partiamo da Dayton – conclude Baijc – accettiamo tutte le condizioni del trattato di pace perché è l’unico che è stato condiviso. Chi afferma il contrario agisce solo per manipolare e per creare allarme nelle altre due comunità. Prima di tutto è invece necessario abbassare la paura, aumentare la fiducia l’uno nell’altro e a quel punto anche le riforme saranno più semplici”. Il primo test per “Nasa Stranka” sono le elezioni amministrative del prossimo ottobre, a quel punto si vedrà quanto il volano di Danis Tanovic porterà bene al partito.</p>
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		<title>Kosovo: la signora indipendenza!</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Feb 2008 09:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Le impressioni e la cronaca di un cooperante italiano in Kosovo nei giorni della storica dichiarazione unilaterale d&#8217;indipendenza dalla Serbia della regione a maggioranza albanese. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Di Daniele Socciarelli* 
Prizren, Kosovo. Sabato 16 febbraio 2008, i clacson delle auto e rollio di tamburi comincia ad echeggiare per le strada, sta iniziando la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le impressioni e la cronaca di un cooperante italiano in Kosovo nei giorni della storica dichiarazione unilaterale d&#8217;indipendenza dalla Serbia della regione a maggioranza albanese. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Di <em>Daniele Socciarelli* </em></p>
<p><em><span id="more-62"></span></em><strong>Prizren, Kosovo. </strong>Sabato 16 febbraio 2008, i clacson delle auto e rollio di tamburi comincia ad echeggiare per le strada, sta iniziando la festa! Bandiere albanesi, USA, UE, Germania, Italia, Turchia, Nato UNMIK… e scritte come: “Auguri per l’indipendenza”, “Zio, è finita” (con il faccione di Adem Jashari, il capo dell’Uck, la resistenza albanese, ucciso dalle milizie serbe) prendono posto sui balconi, sulle auto, nelle vetrine dei negozi… ognuno ha bisogno di scriverlo, di dire a tutti che cosa succede.</p>
<p><strong>Domenica 17 febbraio 2008</strong>: la sveglia è quella del giorno prima, in lontananza si sentono canti e rumoreggiare di auto… passeggiamo verso il centro e l’atmosfera di festa di penetra da ogni parte del corpo seguendo un corteo di percussionisti che animano i piccoli viali turchi della vecchia Prizren; si fa colazione in centro, da dentro il bar si nota che piano piano la piazza si riempie, le bandiere rosse con l’aquila nera albanese sono tantissime…<strong>ore 15.00</strong> le strade si svuotano, sono tutti nelle case e nei bar ad ascoltare il discorso del premier… L’emozione sale, brillano tutti gli occhi davanti al televisore… ore <strong>15.40</strong>, Hashim Thaci (primo ministro kosovaro) dichiara l’indipendenza del Kosovo, <strong>la nascita di uno</strong><strong> stato sovrano, indipendente e democratico, che viva nel rispetto della multiculturalità. </strong>E’ emozionato, teso… ma durante la conferenza stampa, gioca con la nuova bandiera (Sfondo blu, Kosovo giallo al centro e sei stelle che fanno da corona) e si lascia andare ai primi sorrisi.Tutti in piazza! Partono i festeggiamenti, le persone sono avvolte dalle bandiere dell’Albania e ballano senza sosta, si regalano birre e bibite e la gente va avanti illuminando il cielo con i fuochi d’artificio dai mille colori!A Pristina le persone le persone riversate nelle strade del centro mangiano una grande torta (25 metri quadri) preparata per l’occasione, mentre Prizren si lascia avvolgere dall’euforia e viene scelta prima città del Kosovo ad issare la nuova bandiera, la bandiera della repubblica.Uno sguardo volge al cielo illuminato dai giochi pirotecnici e l’attenzione cade sullo striscione appeso sulla facciata della moschea più vecchia, si augura felicità al popolo per l’indipendenza, ma lo si fa in tre lingue, albanese, turco e serbo! Simbolo che le diversità devono essere parte integrante della costruzione di un paese. Questa è la parte del Kosovo felice, del Kosovo che si riscatta e che è pronto a faticare per la costruzione di uno stato… ma un po’ più a nord non la pensano proprio così. La risposta della Serbia, che rivendica da anni la sovranità sul Kosovo, non si fa attendere, una grande manifestazione a Belgrado dal titolo “Il Kosovo è Serbia” (coinvolte circa 500.000 persone provenienti da ogni parte del paese, con treni e pullman speciali e gratis) ha visto sfilare sul palco personaggi di spicco di ogni settore. Il discorso è cominciato con le parole del premier Vojislav Kostunica: “C’è qualcuno tra di noi che pensa che il Kosovo non sia suo? C’è qualcuno tra di noi che pensa che il Kosovo non sia Serbia?”; dopo di lui hanno parlato alla folla il leader dei radicali serbi Tomislav Nikolic, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Milorad Dodik,  l’ex giocatore di basket Dejan Bodiroga, il regista Emir Kusturica, e tanti altri che hanno mantenuto su questi livelli i toni della manifestazione.</p>
<p>La Serbia ha ribadito che non intende riconoscere il Kosovo, perché viola la legge del diritto internazionale, sancita dalla risoluzione 1244 dell’ONU con qui si è conclusa la guerra in Kosovo nel 1999, con cui si afferma che il Kosovo è parte della Serbia.L’impressione che ho avuto è stata quella di rivedere i grandi discorsi di Slobodan Milosevic degli anni ’90 dove il nazionalismo la fa da padrone, dove si strumentalizzano le persone e soprattutto dove si cerca di provocare una reazione; ad esempio sono state incendiate e devastate le ambasciate a Belgrado di USA (dove tra l’altro un ragazzo ha perso la vita), Turchia, Croazia e Bosnia; ex militanti nell’esercito serbo hanno bruciato i posti di controllo, e le auto dell’UNMIK (United Nation Mission in Kosovo), dove sorgono i confini a nord del Kosovo, ferendo anche dei poliziotti, e ribadendo che quella linea, che dovrebbe separarli, loro non la vogliono proprio… è come se i politici provassero a provocare il popolo da una parte e dall’altra… il problema è che questa situazione potrebbe sfuggire di mano, nel senso che è rischioso infiammare l’animo delle persone e poi cercare di tenerle buone. Tutto fa pensare ad un nuovo ridimensionamento dell’area balcanica…</p>
<p><strong>Ma i serbi che abitano qua?</strong> E le altre minoranze?I serbi che abitano in Kosovo, loro non hanno festeggiato l’indipendenza, non sarebbe stato logico, ma probabilmente non si sposteranno, continueranno a ricevere aiuti dalla Serbia, continueranno a vivere come facevano prima, come hanno fatto fino al 16 febbraio. Qualcuno più integrato, qualcuno meno tranquillo. Le altre minoranze invece hanno festeggiato ognuno con il suo contributo di balli o musica popolare, dando dimostrazione che questo paese è un insieme di culture e popoli diversi.Io ho cercato di farmi una mia idea di come sta la gente e di ciò che vuole: che cosa vorreste se guadagnaste tra i 150 e i 200 euro al mese, che cosa vorreste se mentre state lavorando o facendo una doccia o che ne so che cosa, va via la corrente per 4 ore e senza una logica particolare non si sa quando tornerà? Come ci si sente se qualcuno vi chiedesse, ehi scusa ma tu cosa sei? Albanese, serbo o cosa? E’ un diritto di tutti possedere un’identità!Ecco l’impressione che ho avuto io è che tutti ora vorrebbero camminare con le loro gambe, non dico che ne siano capaci, questo non lo so, ma ne hanno voglia perché qualcuno glielo ha promesso nel 1999 e ora ha dovuto mantenere questa promessa; che futuro si prospetta per un Kosovo riconosciuto da qualcuno si e da qualcuno no? Era così necessario arrivarci senza prendere un accordo con la Serbia? Che senso ha continuare a dividersi se il futuro è insieme in una Europa Unita? Sarà difficile costruire un futuro insieme se ad ogni passo che si fa ci si dimentica di quelli si sono già impressi nel terreno ed a tutte queste domande sarà ben difficile dare una risposta nel breve periodo.</p>
<p><em>Daniele Socciarelli* Cooperante <a href="http://www.ipsia.acli.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.ipsia.acli.it');">IPSIA in Kosovo</a></em></p>
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		<title>Kosovo: conto alla rovescia per l&#8217;indipendece day</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2008 10:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ferma e sospesa come uno dei tanti paesaggi innevati di questo periodo dell’anno, ma sull’orlo del precipizio. Così si presenta la situazione del Kosovo, la provincia secessionista amministrata dall’ONU in attesa dell’imminente dichiarazione unilaterale d’indipendenza attesa per il 17 o 18 febbraio. Di Lorenzo Galeazzi
Pristina. Dalla parte della maggioranza albanese è tutto pronto o quasi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font face="Times New Roman">Ferma e sospesa come uno dei tanti paesaggi innevati di questo periodo dell’anno, ma sull’orlo del precipizio. Così si presenta la situazione del Kosovo, la provincia secessionista amministrata dall’ONU in attesa dell’imminente dichiarazione unilaterale d’indipendenza attesa per il 17 o 18 febbraio. Di Lorenzo Galeazzi<span id="more-57"></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman"><strong>Pristina.</strong> Dalla parte della maggioranza albanese è tutto pronto o quasi, dalla nuova bandiera, niente aquila bifronte ma tre colori con un disegno stilizzato del Kosovo, al nuovo inno nazionale. Dall’altra, quella serba, ormai concentrata in poche enclave, si aspetta invece l’intervento di Belgrado e all’occorrenza di Mosca per riportare l’ordine e il diritto internazionale. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Nel frattempo la vita va avanti fra attività lecite e meno lecite, fra schede telefoniche vendute agli angoli della strada e bar stracolmi di giovani disoccupati. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Tutto sotto l’occhio vigile delle Nazioni Unite che, nel caso la situazione dovesse precipitare, sono pronte a sparire in sole 24 ore. A tale riguardo una fonte riservata di UNMIK, l’amministrazione temporanea dell’ONU, ha parlato di un piano d’evacuazione che prevede cinque vie di fuga con elicotteri e ponti aerei e anche l’eventuale distruzione di un ponte nella periferia industriale di Pristina, nel caso rappresenti un ostacolo lungo la via per il moderno aeroporto internazionale.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Nella futura Capitale e nei maggiori centri urbani i segni della guerra del 1999 sono quasi del tutto invisibili, ma ci sono, basta allontanarsi e andare nei villaggi albanesi e nell’enclave serbe, basta fermarsi per parlare con la gente. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Come a Meje un piccolo centro della provincia di Djakova a ridosso del confine con l’Albania, dove c’è la sede dell’Associazione 27 Aprile. È un cimitero. 377 lapidi, 375 di maschi albanesi d’età compresa fra i 13 e i 94 anni, che riportano la stessa identica data di morte: 27 Aprile 1999, intere famiglie stroncate dalla barbarie della pulizia etnica di Milosevic. I primi corpi sono stati rimpatriati dalla Serbia solo cinque anni fa e il presidente dell’associazione, Haki Vadrija, otto parenti uccisi fra cui il fratello, sta ancora cercando i corpi delle altre vittime per dare loro un’adeguata sepoltura secondo il rito musulmano o cattolico.  </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Nelle enclave e nei monasteri serbi alla memoria della guerra passata si somma l’ansia e la paura per l’imminente futuro. E’ opinione diffusa che quando Pristina dichiarerà la propria secessione da Belgrado ci saranno altri scontri e violenze e altri cittadini serbi saranno ancora costretti ad abbandonare le proprie case. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Il Monastero di Decani, nella parte Ovest del Kosovo, quella sotto il controllo italiano, dal 1999 ad oggi è stato attaccato 4 volte, l’ultima meno di un anno fa, per un totale di 23 granate e un missile. Come racconta Padre Andrei è dal 2004 che la NATO ha pronto un piano d’evacuazione dei monaci, ma alla domanda se sono disposti ad abbandonare l’area sacra la risposta è netta: “La parola evacuazione non esiste nel nostro dizionario”. Stessa musica a Gorazdevac, un villaggio nei pressi di Pec, sempre nella zona Ovest. Questa enclave è diventata famosa perché è stata l’unica a non essere mai stata completamente abbandonata dai propri abitanti, neanche nei momenti più bui della contropulizia etnica. Peccato che la sopravvivenza di questi luoghi e di chi ci vive sia legata al fatto che sono controllati notte e giorno dai militari armati della KFOR che non potrà rimanere lì per sempre. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Se ci si sposta al Nord, ai sentimenti di cupa rassegnazione si sostituisce uno spirito ancora belligerante. Mitrovica è il centro urbano più importante dell’unica enclave serba in continuità territoriale con Belgrado e tutti gli esperti di politica internazionale dicono che sarà l’epicentro della prossima guerra del Kosovo. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">La città è una delle tante “Berlino dei Balcani”, a dividerla in due entità etnicamente pure non è un muro o un recinto ma un corso d’acqua. A Nord i serbi, a Sud gli albanesi e in mezzo il fiume Ibar e il suo ponte con alle estremità i due check point. Le poche macchine che vi transitano in direzione Sud-Nord levano la targa kosovara o la sostituiscono con una serba. Nessun simbolo o codice del Kosovo quasi indipendente è riconosciuto: dall’aquila albanese su sfondo rosso di passa al tricolore serbo, dagli euro ai dinari, dall’alfabeto romano al cirillico. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">“E’ il confine etnico” come spiegano alcuni abitanti di Mitrovica Nord ed è opinione diffusa che una volta che Pristina si dichiarerà indipendente da Belgrado, Mitrovica farà lo stesso con la nuova capitale del Kosovo e per annettersi alla Serbia.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Una possibilità categoricamente esclusa da Srba Milenkovic, Presidente dell’assemblea consultiva di Mitrovica Nord, una specie di sindaco, che si dice certo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite bloccherà “l’eventuale” dichiarazione d’indipendenza perché in aperto contrasto con la Risoluzione 1244 dell’ONU (che in effetti contempla la sovranità serba sul Kosovo). Inutile parlarci, sembra che non legga i giornali e sembra che non abbia ascoltato le parole di Bush che solo poche settimane prima da Tirana aveva detto che l’America il giorno dopo il distacco di Pristina, avrebbe riconosciuto il Kosovo”. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Se così fosse la città non sarebbe invasa di immagini di Putin, “fratello maggiore” di Belgrado e strenuo sostenitore della causa serba sulla provincia ribelle e non sarebbe invasa dai cartelloni elettorali di Nikolic, il leader dei nazionalisti serbi sconfitto per poco alle ultime elezioni, il cui programma elettorale poteva essere riassunto così: “Il Kosovo è Serbia”.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Con Jovic Nebojsa, per fortuna si può ragionare. Secondo il Presidente del Consiglio nazionale serbo per Mitrovica Nord il riconoscimento dell’indipendenza da parte di USA e UE rappresenterebbe una violazione della Risoluzione 1244. Ciò obbligherebbe Belgrado a riportare in Kosovo il suo esercito e la sua polizia, perché è solo secondo quell’accordo che la Serbia ha ceduto temporaneamente il controllo del territorio alla comunità internazionale. All’obiezione che Belgrado potrebbe scegliere la strada per Bruxelles (con un percorso facilitato di adesione all’UE) rispetto a quella per Pristina, Nebojsa non ha dubbi: “La Costituzione obbliga la Serbia a difendere il proprio territorio, se così non fosse il Presidente sarebbe rimosso e arrestato. Caldeggiare l’indipendenza albanese porterà un nuovo conflitto fra la Serbia e albanesi e fra Serbia e la KFOR”. Insisto. “Nel caso la Belgrado non muovesse le truppe, noi saremo obbligati a rifiutare questa soluzione perché il Kosovo indipendente sarebbe una creatura criminale ed illegale. A quel punto Mitrovica sarebbe la sola a rispettare la 1244”. In altre parole: la secessione. Anche alcuni agenti della KPS, la polizia del Kosovo sotto comando UNMIK, che a Mitrovica (e nelle enclave) sono di etnia serba, interrogati sulla faccenda si sono detti pronti a svestire quelle uniformi per abbracciare la lotta contro Pristina. Con quali uniformi? “Con quelle di Belgrado è escluso” risponde Nebojsa. Rimane una terza opzione, la peggiore, l’uniforme di qualche gruppo paramilitare. “E’ per questo che entrambe le parti in causa devono avere pazienza e sapere che ogni movimento sbagliato causerà disordini”.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">A Pristina però l’eventualità di un distacco del capoluogo del Nord è considerato come un atto belligerante. Come dice Xhavit Jashari, Presidente dell’Associazione dei Veterani dell’UCK e cugino di Adem, il leggendario fondatore dell’Esercito di liberazione nazionale, “siamo pronti a combattere di nuovo per l’integrità territoriale del Kosovo indipendente e sovrano”. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Per il momento le armi tacciono e speriamo continui così. Se c’è una cosa di cui quella terra non ha assolutamente bisogno è di altri morti. Alla convinzione largamente diffusa in parte albanese che l’indipendenza sarà la panacea di tutti i mali che porterà via disoccupazione (al 40% in città, al 90 nei villaggi e nelle enclave), criminalità e corruzione, Belgrado risponderà presto con l’embargo energetico. E infatti sabato e domenica scorsa ci sono state le “prove tecniche di indipendenza”, 10 ore di black out per giorno, contro le 4 – 5 canoniche.  </font></p>
<p><em>Questo articolo di Lorenzo Galeazzi è uscito nel numero in edicola dal 15 febbraio del settimanale</em> <a href="http://www.avvenimentionline.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.avvenimentionline.it');">Left</a></p>
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		<title>Bosnia. I lamponi della speranza</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 01:31:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[ Le esperienze della cooperativa bosniaca Insieme. Quando un frutto riesce a far convivere etnie diverse.
Bratunac, Bosnia ed Erzegovina.
Ivanka ha gli occhi azzurro mare, i capelli neri, torvi, e non più di 35 anni. E&#8217; serba, ma come tutti gli esseri umani vittime di una guerra, non ha nazionalità.  La incontro in una calda mattina di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><font face="Times New Roman"><a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2008/02/20080208_lamponi.jpg" title="lamponi"></a> Le esperienze della cooperativa bosniaca Insieme. </font><font face="Times New Roman">Quando un frutto riesce a far convivere etnie diverse.<span id="more-53"></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman"><em>Bratunac, Bosnia ed Erzegovina.</em></font></p>
<p><font face="Times New Roman">Ivanka ha gli occhi azzurro mare, i capelli neri, torvi, e non più di 35 anni. E&#8217; serba, ma come tutti gli esseri umani vittime di una guerra, non ha nazionalità.  La incontro in una calda mattina di agosto. Ivanka è una delle donne che una neonata associazione della zona, Maika - Madre, assiste. Al nostro incontro, la Presidente, Reika Filipovic, donna silenziosa, riflessiva, e lei. La nostra conversazione inizia in modo rapido, violento. Dice: &#8220;Qualche giorno fa degli stranieri hanno organizzato una partita di calcio, in un campo qui vicino, per qualche forma di solidarietà. Nello stesso campo, 14 anni fa, giocarono una partita con la testa di mio marito&#8221;.  La sua storia insostenibile, come molte delle storie di chi, nella prima metà degli anni Novanta, si è trovato nel posto sbagliato al momento giusto. Sono spesso di donne, le storie che ho sentito, nell&#8217;area di Srebrenica e non solo. Ed è così che la storia di Ivanka continua, e continua: il marito, la famiglia estinta, il campo profughi. Vedo la sua piccola casa, sulla sommità di un palazzo. Visito il villaggio dove abitava anni prima, raso al suolo durante la guerra. Poche pietre, raccolte sotto la boscaglia, ne alludono all&#8217;antica presenza. Indica Ivanka con la mano &#8220;lì&#8221;, lì hanno ucciso il marito; &#8220;lì&#8221; la nostra casa e quella dei miei suoceri. Mi offre delle pere selvatiche, cominciamo a scendere la collina che poco prima abbiamo risalito, ci sediamo per mangiarle. In qualche modo, dal primo momento, ho la sensazione di ricordarla, d&#8217;averla incontrata altrove.  Normalmente qualcosa mi impedisce di chiedere &#8220;E ora? E ora.. come va?&#8221;. Lo chiedo, risponde rapida come alla prima domanda: &#8220;Bene&#8221;, dice con un improvviso assenso, &#8220;ho una casa, un lavoro in cui mi trovo bene, uno stipendio, delle amiche&#8221;. Bene? Le chiedo dove lavora. &#8220;Alla Cooperativa Insieme&#8221;, qui vicino, &#8220;anzi ora è meglio che andiamo, o arrivo in ritardo al lavoro&#8221;.  Ecco dove ci eravamo visti, prima, io non ricordandola, lei sì, ma me lo dirà solo dopo. Avevo visitato quel luogo, qualche mese prima, con uno strano italiano: Salvatore Ferruzzi, cooperatore di Trento. Da Tuzla lo avevo raggiunto per visitare i progetti che stava seguendo in zona. Sposato con una signora bosniaca, tornava quel giorno dalla visita alla famiglia di lei, e mi aveva raggiunto, con molta attesa da parte mia, a Bratunac.  Lo seguo in auto, prende una direzione che conosco, una strada che accompagna il corso basso della Drina. Entra in un parcheggio ampio. Di fronte, un capannone giallo. Sopra, una scritta, &#8220;Insieme&#8221;, e di fianco a questa, il disegno di un lampone. In pochi istanti scopro il perché. &#8220;Hai una camicia, o un maglione&#8221; chiede Salvatore. Perché? E&#8217; estate. &#8220;Dove andiamo ora ne hai bisogno&#8221;.  Entriamo nell&#8217;enorme capannone. Si apre la porta di una cella frigoriera. Dentro, nella luce bassa dei neon, decine di donne ed un uomo accostano un nastro scorrevole, indaffarati su di esso. Mi avvicino, e sul nastro si seguono l&#8217;uno all&#8217;altro migliaia di lamponi. E&#8217; la selezione. Sono donne della stessa età, più o meno, attorno ai 40 anni. Poco più in là, altre celle raccolgono centinaia di cassette, accatastate in verticale: sono i lamponi scelti, pronti per il mercato. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">La Cooperativa Insieme nasce nel 2003 da un&#8217;idea di ICS - Consorzio Italiano di Solidarietà Sarajevo, e di Forum Zena - Forum delle donne di Bratunac, in collaborazione con l&#8217;Associazione La Ventessa, ACS - Associazione Cooperazione allo Sviluppo, Agronomi Senza Frontiere e Associazione per la Pace. L&#8217;idea: rilanciare la produzione dei lamponi, mercato fiorente nella zona prima della guerra, attraverso una struttura cooperativa cui partecipino &#8220;uomini e donne di buona volontà, al di là della loro etnia&#8221;, specifica Salvatore, &#8220;siano essi serbi o mussulmani&#8221;. &#8220;Molte famiglie sono state distrutte dalla guerra, nel comune di Bratunac ci sono più di 1000 donne capofamiglia. Come favorire allora, da una parte il rientro delle famiglie, e dall&#8217;atra offrire un lavoro certo, che provveda alla loro sussistenza e inneschi nuovi meccanismi di condivisione e di rispetto interetnico&#8221;. Attraverso la cooperativa, appunto: un luogo in cui si lavora &#8220;spalla a spalla&#8221;, specifica Rada Zarkovic, presidente dell&#8217;Insieme, da poco sopraggiunta, in un italiano simile al bolognese, &#8220;superando la paura col lavoro. Il primo problema del nostro paese è che chi torna, ora, non ha un futuro, non ha una prospettiva. Noi cerchiamo di offrirglielo. Questo è l&#8217;unico modo per superare odio e diffidenza. Il numero dei soci è cresciuto, sono cresciute le esportazioni, e tra un poco, ma questo è ancora un sogno, produrremo marmellate&#8221;. E perché i lamponi? &#8220;Per tante ragioni, perché sono parte della cultura tradizionale dell&#8217;area, e molti altri perché, ma quello che mi piace di più è questo: perché i lamponi trasformano la parola ritorno nella parola restare: ogni pianta di lampone darà frutti per almeno dieci anni, e questo sarà, forse, per i coltivatori, un incentivo a rimanere&#8221;. Di dove sia Rada, provo a scoprirlo. Qualcuno dice bosniaca, qualcuno azzarda croata. Buon segno, che nessuno se lo sia mai chiesto. Comincia a far freddo, è ora di andare. Mangio alcuni lamponi. In un tavolo davanti al gigante giallo, le donne in pausa bevono insieme il caffé e ridono. Tra di loro, vestite tutte di rosso, c&#8217;era anche Ivanka. Tornandoci, mi capiterà spesso di rivedere quest&#8217;immagine. Non potevamo sperare di meglio.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">questo reportage è stato pubblicato anche </font><font face="Times New Roman">dal settimanale <a href="http://www.larinascita.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.larinascita.org');">La Rinascita della Sinistra</a>, in data 22 novembre 2007.</font></p>
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		<title>Diario dal Kosovo: ritorno alla base</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2007 18:32:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Si chiudono per adesso le corrispondenze di Andrea Foschi dal Kosovo. In queste settimane ci ha raccontato le sue impressioni e le storie dimenticate di quel martoriato pezzo d&#8217;Europa. Ecco l&#8217;ultima nota.

Venezia, 23 dicembre 2007
Tuzla è città per varie ragioni visionaria: al viaggiatore rimangono le colline, con piccole case dai tetti coperti di neve e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiudono per adesso le corrispondenze di Andrea Foschi dal Kosovo. In queste settimane ci ha raccontato le sue impressioni e le storie dimenticate di quel martoriato pezzo d&#8217;Europa. Ecco l&#8217;ultima nota.</p>
<p><em><br />
Venezia, 23 dicembre 2007</em></p>
<p>Tuzla è città per varie ragioni visionaria: al viaggiatore rimangono le colline, con piccole case dai tetti coperti di neve e dai camini fumanti; un curioso centro di piccoli edifici colorati che paiono un set di cartapesta, lilla o azzurri; un agglomerato di grandi fabbriche e torrioni di raffreddamento, che furono un tempo la sua gloria e sono ora enormi cadaveri del tempo.</p>
<p>Sono questi torrioni, che non smettono notte e giorno di fumare, e i capannoni, illuminati dai grossi forni in lontananza o da scie di neon, gli ultimi ricordi che il viaggiatore che sale verso nord ha della città.</p>
<p>Nel tardo pomeriggio uomini lenti, al calare della luce, camminano lungo le strade per rientrare nelle loro case. Sagome scure, portano con grosse borse o attrezzi con cui hanno reciso la legna.</p>
<p>In poche ore la Bosnia è un ricordo, la Croazia fugge via sotto l’autostrada, la Slovenia è neve, vallate bianche ed equivoca aria d’Europa. Il confine nazionale tra Italia e Slovenia è stato dimesso da sole poche ore quando lo attraverso.  Rimangono, silenziosi, blocchi di uffici bianchi e torrette di controllo. Lo attraverso non senza un brivido, quasi non rendendomene conto, a 40, forse 50 km/h.<br />
Ricordo le feste a Lubijana, il giorno dell’entrata in comunità, stand e tende in festa nelle campagne slovene, il concerto in notturna di Bregovic per la Gorizia-Gorica unificata, con un palco a ridosso tra i confini. Si riaprono fantasmi che l’Europa non ha ancora voluto chiarire, e strane sensazioni in tempi che per alcuni paesi corrono rapidi e per altri sono infiniti. Briciole sotto il tappeto, e urla di morti che chiedono vendetta.</p>
<p>Non ho neppure il tempo di riappaesarmi, che subito è, di nuovo, aria di Balcani. Accetto un invito a Cormons, di poco distante da Gorizia, per un concerto che, nelle vie nascoste dalla notte, si annuncia da lontano: è la Kocani Orkestra, divi di Macedonia. Torno lì per un attimo, dove per la prima volta li ho ascoltati, quando arriva diretto il suono d’una tromba, che dice chiaro: è King, il trombettista virtuoso e calvo del gruppo, e in un assolo intona Everlezi, nel silenzio del pubblico.<br />
Poco dopo, quando arrivo nella piazza, le persone sono in un cerchio che le unisce per le mani, danzanti. Sono italiani e sloveni. Non macedoni, salvo i musici, non croati, non bosniaci, non montenegrini né serbi. In un concerto, regalato dal comune di Gorica, per l’abbattimento delle frontiere..<br />
E’ incredibile, come anche qui faccia così freddo..</p>
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		<title>Diario dal Kosovo: ritorno a Tuzla. Senza cappello fa freddo</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2007 21:26:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Rientriamo in tarda nottata a Tuzla, Bosnia ed Erzegovina, da dove il nostro viaggio era iniziato. Attraversiamo, nella notte, lande innevate che la luna illumina e che sembrano non finire mai, che sembrano aver cancelleto ogni passaggio umano e segno di vita.
La nostra auto si rompe lungo il tragitto. Un cuscinetto posteriore ci lascia e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rientriamo in tarda nottata a Tuzla, Bosnia ed Erzegovina, da dove il nostro viaggio era iniziato. Attraversiamo, nella notte, lande innevate che la luna illumina e che sembrano non finire mai, che sembrano aver cancelleto ogni passaggio umano e segno di vita.</p>
<p><font face="Times New Roman"><strong>La nostra auto si rompe lungo il tragitto.</strong> Un cuscinetto posteriore ci lascia e ci costringe a procedere a lenta velocità nella notte. La Serbia è buia oggi, fino a quando non costeggiamo un&#8217;intera dorsale di impianti sciistici che da Nova Valos ci portano alle montagne di Tara. Improvvisi compaiono lampioni che costeggiano le piste, impianti e città tirate a lustro che brillano nella notte. Visioni che ci ricordano le rischiose contraddizioni del paese. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Quando troviavo la Drina al nostro lato sinistro, i giochi sembrano fatti. La sua presenza visiva impercettibile, è pareggiata da una sensazione dell&#8217;olfatto che subito ne anticipa la presenza. E&#8217; per chi scrive, luogo di antichi legami, di sedimentate impagabili sensazioni.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Attraversiamo il fiume sulla frontiera acquatica di Zvornik, città contesa tra le nazioni, e gelida, grigia, città di frontisti e di pernottamenti.</font></p>
<p><font face="Times New Roman"><strong>Tuzla, che ci si annuncia per il suo cielo rosso nella notte</strong>, per il fumo delle fabbriche e del carbone delle case, è nella notte una visione attesa ma inaspettata. La neve ancora fresca la ricopre sulla dosrale ovest delle sue colline, che gli ultimi fumi delle case ricordano come luoghi ancora vivi nella notte ormai fonda. E&#8217; aria di casa, ora.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Cerchiamo un bilancio, cerco un bilancio e non lo trovo. Ce n&#8217;è uno di gioia degli incontri e dello sguardo, che da senso al tempo ed all&#8217;investimento. E ce n&#8217;è uno della frustrazione, di incontri dai modi sgraditi e del non ascolto. Della frustrazione per aver scritte cose disattese e non ascoltate, di aver cercato una trasmissione di segni capendo solo dopo che il luogo dei segni e&#8217; ormai altrove. Una frustrazione lavorativa che toglie il senso ed il desiderio della scrittura. </font></p>
<p><font face="Times New Roman"> </font><font face="Times New Roman">Il Kosovo rimane lì. Al centro restano le persone e i loro inascoltati anflatti, il valore che possiamo dare al tempo ed all&#8217;incontro con loro, il senso e la voglia di valorizzare il loro senso la loro preseza. Almeno per ora.</font><font face="Times New Roman"> </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Ieri c’erano le celebrazioni serbe di San Nicola, oggi il bairam musulmano. La gente ora si getta per le strade, e mentre una parte della città, me compreso, si addormenta, un&#8217;altra prende vita. E&#8217; venerdì, e venerdì post festivo, per tutti.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Nel pomeriggio, in un locale della piazza centrale, il mio preferito, consumo tre cioccolate calde e un testo di<strong> Ezio Raimondi</strong>, che ho ricevuto ieri come dono natalizio. Parla di etica della lettura e del lettore, di libri e della realta&#8217;. Sue parole restano imbrigliate nelle mie trame.</font></p>
<p>Come sempre risalgo la collina e mi rifugio. I ragazzi scendono verso la città. Una pioggia leggera, forse densa unidità, mi coltiva. Senza cappello fa freddo.</p>
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		<title>Mosca: i freddi giorni delle elezioni</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2007 11:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Anania</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[notizie]]></category>

		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Nostro reportage che racconta la Russia dei giorni del rinnovo della Duma

     Mosca è sotto la neve; qui i pochi ragazzi che parlano inglese mi dicono, scherzando, che loro sono tra gli esigui sostenitori del global warming. Ai russi che incontro non dispiacerebbe infatti avere qualche grado sopra lo zero, sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nostro reportage che racconta la Russia dei giorni del rinnovo della Duma</p>
<p><span id="more-34"></span></p>
<p align="left"><a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2007/12/piazzarossa2.JPG" title="piazza rossa"><img src="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2007/12/piazzarossa2.JPG" alt="piazza rossa" align="left" height="248" width="146" /></a><strong>     Mosca </strong>è sotto la neve; qui i pochi ragazzi che parlano inglese mi dicono, scherzando, che loro sono tra gli esigui sostenitori del <em>global warming</em>. Ai russi che incontro non dispiacerebbe infatti avere qualche grado sopra lo zero, sia in termini climatici che rispetto alla scala immaginaria del livello di democrazia e libertà d’espressione nel loro paese.<br />
Siamo nei primi giorni di dicembre 2007, quelli del rinnovo della Duma, il parlamento della Federazione Russa che, con una superficie di più di 17 milioni di chilometri quadrati è l&#8217;entità statale più grande del mondo. L’incontro con gli studenti della <strong>facoltà di giornalismo dell’ Università statale di Mosca</strong> -la più antica della Russia– viene chiuso in anticipo per motivi di sicurezza. Il giorno dopo si vota ed il dipartimento è proprio davanti al Cremlino; tanto basta. Subito fuori poi, proprio dietro la Piazza Rossa, se ancora non si fosse capito l’antifona, c’è una scritta le cui lettere occupano almeno tre piani di un palazzo in restauro: Mosca vota Putin! La funzione sembra più imperativa che esortativa.</p>
<p>Alla fine sarà un vero e proprio plebiscito per Russia Unita (RU), il partito del presidente. Le elezioni sono il primo ostacolo superato dall’erede di Boris Elstin per realizzare la strategia nota da tempo: varare una riforma costituzionale per dare più poteri alla figura del Primo Ministro russo e ricoprire poi questo ruolo dopo la fine del suo ultimo mandato presidenziale –la costituzione  della Federazione prevede massimo due mandati consecutivi per il Presidente. Ora Vladimir Putin ha tutti i numeri necessari per attuare questo suo disegno prima delle prossime elezioni presidenziali del 2008. La seconda parte del piano di Putin scatterà nel 2012 quando gli sarà possibile ripresentarsi ancora come presidente. Un quadro poco incoraggiante che però ha trovato nell’oltre il 60% dei consensi presi da RU un via libera che mai era stato messo in discussione.<a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2007/12/piazzarossa.JPG" title="piazza rossa pattinaggio"><img src="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2007/12/piazzarossa.JPG" alt="piazza rossa pattinaggio" align="right" /></a></p>
<p align="left">Nella nuova Duma siederanno solo i deputati dei tre partiti che il due dicembre hanno superato lo sbarramento del 7%. Oltre a RU ci saranno quelli di Russia Giusta di Vladimir Zhirinovski  -ultranazionalisti- e gli eredi del partito comunista (KPRF) confermatosi il secondo più votato. All’indomani del voto, proprio quest’ultimi, insieme alle altre sparute opposizioni -il caso tra gli altri della formazione guidata dallo scacchista Garry Kasparov e dei <em>liberal</em> dell’Unione delle forze di desta- hanno denunciato brogli e contestato i risultati. Voti multipli, pressioni indebite, errori negli elenchi dei votanti, ostacoli agli osservatori, arresti arbitrari e mancanza di segretezza del voto sarebbero gli episodi segnalati e documentati in molte località di questo enorme paese a basso tasso democratico.</p>
<p>È noto come l’OSCE non sia stata invitata a monitorare il processo elettorale russo perché sgradita al capo di Stato per una presunta “filo-americanità”; chi si è assunto il fardello di osservare queste elezioni è stata Golos, la principale ONG russa preposta a questo. Il suo staff ha visitato più di 20.000 seggi elettorali in 38 regioni avvalendosi di circa 2.500 volontari. Il risultato è una netta bocciatura di questa prova (supposta) democratica. “Le maggiori violazioni sono legate ai voti degli assenti. Molti sono andati a votare con certificati di altre persone” ci ha detto la direttrice di Golos, Lilia Shibanova.</p>
<p>I giovani studenti di giornalismo che incontriamo per due giorni sono un piccolissimo campione, comunque rappresentativo. Hanno circa 20 anni e vengono dalle varie regioni della Federazione. Con rare eccezioni sembrano completamente avulsi al contesto politico creato dai gerarchi post-comunisti: non lo avallano, ma nel caso in cui si oppongano la loro scelta il due dicembre è stata quella della scheda nulla. Nessuno di loro ha partecipato alle sparute seppur movimentate proteste moscovite del sabato prima delle elezioni. È come se mancasse tra loro un’idea di comunità che avendo un obbiettivo sociale può coordinarsi e agire insieme. Chi invece si accende parlandoci di queste elezioni è <strong>Natalia Zhamenskaya</strong>, da 16 anni direttrice di un piccolo settimanale locale: <em>Zhukovskie Vesti</em>. Zhukovsky , 40km da Mosca, era nata come cittadella della scienza in epoca sovietica. Qui i migliori scienziati socialisti vivevano e lavoravano per il progresso del CCCP. Dopo il 1991, come potete immaginare, c’è stato uno spopolamento ed una sorta di riconversione della città che ad oggi conta 100mila abitanti. Nella palazzina che ospita la redazione del Zhukovskie Vesti sono appese foto di illustri giornalisti russi. C’è anche quella di <strong>Anna Politkovskaya</strong>, la collega più critica del regime di Vladimir Putin e l’accusatrice più coraggiosa dello scandalo ceceno, uccisa nell’ottobre 2006 nell’ascensore di casa sua. Siamo in Russia ed anche se mattina nell’ufficio di Natalia non mancano vodka e sottaceti; il consumo è praticamente obbligatorio e mi prendo <em>dell’europeo </em>dopo aver rifiutato il secondo bicchierino. L’alcool non riduce la lucidità del suo racconto: “La nostra è una piccola cittadina, nonostante questo siamo riusciti a fare degli exit polls indipendenti. I risultati ufficiali per i nostri seggi sono completamente diversi da quelle previsioni indipendenti che si basavano su delle indicazioni di voto all’uscita dei seggi. Non differenze da poco, ma di circa il 60%! Il partito comunista, secondo queste fonti indipendenti, sarebbe risultato il più votato; ufficialmente il KPRF ha poi preso qui da noi il 20%. La lunga notte dopo che i seggi sono stati chiusi, anche internet ha subito una sorta di chiusura. C’è stata una vera e propria intromissione nel nostro server che è risultato bloccato per ore perché i nostri lettori stavano denunciando molte irregolarità a cui avevano assistito”.</p>
<p><strong>Natalia, che tipo di pressioni avete subito in questi 16 anni di presenza sul territorio? </strong>“Il nostro è un giornale per la comunità, cerchiamo di dare spazio ai nostri lettori, ma questo non piace. Hanno provato a farci chiudere e almeno tre volte ci sono andati vicinissimi. Il fatto è che possono revocare la licenza di stampa se uno o più articoli sono accusati di <em>estremismo</em>; per fortuna alcuni giudici ci hanno difeso. In queste ultime elezioni il Cremlino ha fatto un’enorme pressione sui giornali indipendenti, che in Russia sono pochissimi e più che altro locali come il nostro, una prova generale di censura in vista delle prossime presidenziali.”</p>
<p><a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2007/12/lienin.JPG" title="lieni"><img src="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2007/12/lienin.JPG" alt="lieni" align="left" height="240" width="179" /></a></p>
<p align="left">Riusciamo a tornare a Mosca dopo 4 ore passate nel traffico assolutamente fuori controllo. Non ci sono più tutti quei poliziotti a presidiare le uscite della metro e le piazze principali come avevamo visto il giorno dopo le votazioni. La città ha il suo fascino indubbio, bella e fredda, illogica come tutte le metropoli. Ad esempio, davanti all’Hotel Cosmos, grattacielo di 25 piani inaugurato alla fine degli anni settanta,  una statua Charles De Gaulle veglia all’ingresso. De Gaulle omaggiato dai comunisti? Chi se lo sarebbe mai aspettato! A Prospect Mira, la stessa del Cosmos, è dove siamo a cena ospiti di Charles, freelance americano che vive a Mosca da tre anni. Salendo al settimo piano del vetusto palazzo, dentro l’ascensore che di per sé da poca fiducia, ci prende un brivido causato non solo dal caratteristico freddo secco. La mente va a come hanno ucciso la Politkovskaya, non troppo lontano da dove siamo e proprio dentro un ascensore. Che forza doveva avere quella donna per poter reggere  l’indifferenza dei suoi compaesani e l’arroganza del potere? Rimangono poche persone –relativamente agli abitanti- che continuano il duro cammino della strada che porta alla libertà d’espressione e pensiero. Ma troppo spesso questi simboli vengono eliminati e dimenticati con gli stessi tragici metodi dell’era sovietica. L’ascensore si ferma sobbalzando, il sangue si ghiaccia. Una vodka è proprio quello che ci vuole per stendere i nervi.</p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p align="left">questo articolo è stato pubblicato dnel numero di dicembre 2008 del mensile <a href="http://www.altrapagina.it/ingrandimento_articolo.php?ID_Articolo=1765&amp;Categoria1_Click=&amp;ID_Cat_Art_1=&amp;ID_Cat_Art_2=&amp;tit=Insalata%20russa" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.altrapagina.it');">L&#8217;Altra Pagina </a></p>
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		<title>Diario dal Kosovo: non c&#8217;è luce</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2007 20:07:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[notizie]]></category>

		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Kosovo è al buio. Manca l’elettricità. I telefoni non funzionano. Il clima è teso, di silenziosa attesa. Un’attesa nervosa, che s’intravede in alcuni gesti rapidi della gente, quando una camionetta militare attraversa il centro della citta’ a sirene accese o un elicottero si solleva da una delle tante basi.
Scelgo un cantone del Kosovo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font face="Times New Roman">Il Kosovo è al buio. Manca l’elettricità. I telefoni non funzionano. Il clima è teso, di silenziosa attesa. Un’attesa nervosa, che s’intravede in alcuni gesti rapidi della gente, quando una camionetta militare attraversa il centro della citta’ a sirene accese o un elicottero si solleva da una delle tante basi.<span id="more-32"></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman">Scelgo un cantone del Kosovo per osservare meglio le conseguenze dell’azione delle grandi firme. Sono a Pec-Peja, Kosovo occidentale, al confine con l’Albania. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Proprio qui si concentrano un alto numero si enclaves, zone protette, villaggi serbi, ancora in vita grazie alla resistenza strenua dei loro abitanti, e spesso alla presenza di truppe internazionali che, anche se non sempre - la storia recente insegna, funzionano da deterrente ai probabili attacchi che segner<a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2007/12/kosovo.jpg" title="LUBOMIR, SERBO DI BJELO POLJE, MENTRE INDICA LA TOMBA DELLA MADRE DISTRUTTA DAGLI ALBANESI NEL 2004. By GIULIA RAZZAUTI"></a>ebbero la fine della presenza serba in questo cantone.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Il nostro viaggio inizia a Gorasdevac, enclave protetta della Kfor, cui stanno di guardia le milizie romene. E’ l’8 dicembre. Ci arrivo di sera, è notte fonda. Ricordo che alla mia ultima visita, qualche anno fa, l’accesso era stato subito bloccato da due militari con il mitra spianato. Regolare controllo dei documenti, ragioni della visita, perquisizione. Oggi no: in un angolo buio, semi-addormantato, ci accoglie un militare che ha in grembo un gatto bianco, e che continua ad accarezzarlo nonostante il nostro arrivo. Attendo, ne sollecito il controllo, ma da lontano indica che posso passare senza problemi. Cosi&#8217; pure era successo, qualche anno fa, quando nel 2004 la protezione delle strutture serbe era stata alleggerita man mano, tanto da permettere quanto successe il 17 marzo 2004.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Ora siamo nel 2007. Il mattino seguente mi reco in visita al monastero di Decani, poco distante, e Padre Andrej, per prima cosa mi ricorda quanto sia loro necessaria l&#8217;assidua protezione degli internazionali, pena l&#8217;essere &#8220;cancellati&#8221;. E&#8217; placido, e serafico, Padre Andrej, ma non a sufficienza da nascondere la preoccupazione. Mi ricorda che &#8220;in ogni momento noi siamo sotto tiro: ogni angolo qui nei boschi che ci circondano portebbe nascondere qualcuno intenzionato ad mandarci un regalo, una raffica o una granata&#8221;, e aggiunge: &#8220;anche a marzo di quest’anno ci hanno colpiti, con un razzo, proprio - indica con una mano forte, ma delicata - sotto quella finestra. Quella e&#8217; la finestra dell&#8217;abside. Se avessero colpito 20 centimetri piu&#8217; sopra avrebbero incendiato la chiesa e forse saremmo morti anche noi&#8221;. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">A Decani incontro anche Nada, nel refettorio. Anziana donna di Jakova-Jakovica, fu anche lei costretta nel 2004 alla fuga dalla sua casa incendiata, e trovo&#8217; rifugio tra le accorte mani del monaci di Decani, che la accolsero, come una madre, nel monastero. E racconta che con difficolta&#8217; prima di 5 mesi porta&#8217; rivedere la sorella, rifugiata in Serbia, a Belgrado, e ricorda quanto sia dura la vita di chi e&#8217; costretto a vivere in una prigione, senza il diritto e la possibilita&#8217; di uscirne senza scorta, pena la vita. Nada e&#8217; una donna molto anziana, distrutta dal conflitto. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Vorrei rinchiudermi ancora nella pace di Decani. Mi dirigo invece verso il villaggio di Bjelo Polje, poco lontano, e che si trova a pochi metri dal quartier generale delle truppe italiane, Villaggio Italia. Ci accoglie subito il paradosso: nel tardo pomeriggio il Villaggio e&#8217; illuminato a giorno, il suo profilo, che si raccoglie lungo una intera dorsale della montanga che lo accoglie, e&#8217; visibile a kilometri. Mentre, intravediamo solo grazie alla luna calante, il profilo del poco che rimane del villaggio. Bjelo Polje fu una delle prime vittime ad essere mietute durante gli attacchi del 2004, pur essendo gia&#8217; stato raso al suolo in parte durante la guerra.</font><font face="Times New Roman"> </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Incontro Raiko, serbo locale, nato nel villaggio, e che ha deciso, dopo una decina di andare e ritorni, di ritraferirvisi. Lui e la moglie Mara sono tra i pochi fortunati che hanno potuto usufruire del programma internazionale di ricostruzione case. Il programma falli’, infatti, dopo la guerra, quando chi era rientrato sperando di poter riiniziare una vita dignitosa dove era nato, aveva visto di nuovo, tre anni fa, la sua casa distrutta e la sua famiglia in parte uccisa. Nessuno ora vuole piu&#8217; vederli li&#8217;. A Resistere sono in pochi.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Raiko e Mara hanno riiniziato a vivere per ben tre volte: tre volte infatti la loro casa e&#8217; stata bruciata, e ora aspettano solo &#8220;quello che Dio ed il futuro vorranno darci&#8221;. &#8220;Magari scapperemo in Italia&#8221;, ironizzano. &#8220;O magari moriremo qui, molto presto, ma vogliamo vivere qui. Tutto cio’ che abbiamo e che ci resta e’ qui. Siamo sempre stati accoglienti con tutti, amici di tutti. Solo che le cose funzionano in questo modo qui: un giorno sembra tutto normale, e il giorno dopo nessuno ti saluta piu&#8217; e la tua casa viene bruciata, e tu.. non si sa&#8221;.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Il giorno dopo, salendo piu&#8217; in cima al villaggio, ne attraversiamo quello che era il centro. Solo case distrutte da ambo i lati. Alla fine della strada che lo attraversa, il filo spinato. Da una casa, non molto diversa dalle altre in macerie, un&#8217;anziana donna mi chiama. Veste di nero, Mitra, di 74 anni. Esce pochi istanti dopo anche Lubomir, ha la stessa eta&#8217;: ci accolgono nella loro piccola casa, senza suppellettili, senza luce ne&#8217; acqua. Specifica subito, Lubomir: &#8220;Gli albanesi ci hanno tagliato l&#8217;acqua. E la luce, non c&#8217;e&#8217; quasi mai&#8221;. &#8220;Avevamo una casa, grande, qui davanti&#8221;, dice, e allora usciamo, e Lubomir mi indica un grande prato. Non capisco dove debba guardare. Chiedo chiarimenti, e allora mi inviata a seguirlo: ora vedo, non resta nulla della casa, solo il segno del fuoco, al suolo. Mi indica, conducendomi, i ceppi degli alberi, recisi e bruciati; mima con un movimento secco, al collo, l’uccisione di tutti i suoi animali, loro unico sostentamento; mi indica la casa del fratello Mladen, che dopo essere stato accoltellato, a 60 anni di eta&#8217;, mentre, durante un assalto albanese al villaggio, attraverso il cimitero, cercava rifugio nella chiesa. Dopo quel giorno, Mladen ha<em> preferito </em>non tornare a Bjelo Polje: accoltellato al braccio ed alla schiena, con un fendente che ne attraverso’ il ventre, si salvo’ per miracolo. Credendolo morto lo lasciarono al suolo.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">C</font><font face="Times New Roman">on Lubomir, attraverso il villaggio e la sua geografia degli orrori: &#8220;Qui la mia amica e&#8217; stata legata ad un albero e decapitata, nel 1999. Qui un&#8217;altra amica ha <em>subito violenze</em>, nel 2004&#8243;, dice, con foce flebile. </font><font face="Times New Roman">Risalendo, arriviamo al cimitero. Distrutto, senza neanche il rispetto per i morti. Tombe non di giovani, o di combattenti, ma di anziani e di uomini e donne morti decine di anni prima. Lubomir, con il peso di ogni movimento, mi indica la tomba della madre, tomba abbattuta, dei fratelli, che morirono anni prima della guerra. Di un fratello, e poi di un altro, &#8220;uccisi dagli albanesi 50 anni prima, uno di loro aveva 16 anni&#8221;, l&#8217;altro non ricorda esattamente, &#8220;ma non piu&#8217; di 12&#8243;.</font></p>
<p><font face="Times New Roman"> Nei giorni precedenti avevo partecipato alla setara di Miss Kosovo. Ironia della sorte, dato il contesto.</font><font face="Times New Roman">  Di prima mattina, di fronte all’hotel Peja, hotel della citta’ che ospita le candidate ed i candidati di Miss/Mr Kosovo 2007, incontriamo Marku, che, sentendoci parlare in italiano, ci avvicina. Indossa l’abito dei giorni di festa, leggermente corto sulle maniche, e una sciarpa gialla. Ha vissuto in Italia un mese, come rifugiato, durante la guerra, e poi cinque anni in Canton Ticino, a Lugano. Li’ ha imparato l’italiano, lavorando, dice, con operai catanesi; poi e’ tornato in Kosovo, che ama, ed oggi accompagna Elza, la figlia di 16 anni che partecipa a Miss Kosovo. “Io non ne so molto – dice con una punta di orgoglio – sono arrivato solo adesso, ma credo sia una bella esperienza per lei”. E lo speriamo. </font><font face="Times New Roman">Arriva, poco dopo, tra di noi anche Elza: e’ alta, capelli lungo tutta la schiena, sorride. Abbraccia Marku, e racconta l’emozione della sua giornata con la gioia dei suoi anni.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Passo la giornata con i giovani concorrenti. Li accompagno dal parrucchiere, e poi al guardaroba. Chi di loro vincera’ avra’ una borsa di studio per quattro anni all’universita’ di Pec-Peja, qualche soldo per sostentarsi e un telefonino. Peccato che questa possibilia’ sia offerta a soli ragazzi e ragazze albanesi, bosniaci e rom, e che nessuno si sia ricordato di invitare giovani serbi a partecipare. Forse la loro presenza sul territorio e’ stata dimenticata.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">In serata raggiungo l’hotel-ristorante Universal, dove si terra’ il concorso. Seguo le indicazioni fornitemi, esco dalla citta’, costeggio un intero quartiere distrutto, poi l’enorme base UNIMK – Missione Kosovo delle Nazioni Unite. Un filo spinato di kilometri la costeggia.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Vestono in abiti eleganti, i partecipanti. Hanno saltato la polvere e il fango per mantenere intonsi i loro vestiti. Nel gran patio del ristorante, una fontana azzurra attorno alla quale sfileranno i candidati. Centinaia di tavoli e sedie. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">I</font><font face="Times New Roman"> ragazzi sono tesi. Chi vincera’ non portera’ a casa solo qualche premio, ma anche l’illusione, per un giorno, di essere cittadino europeo, e di meritare un futuro dignitoso. Ma impressiona sempre partecipare ad eventi simili, sempre piu’ spesso punto di partenza per <em>altri mercati</em>: sono migliaia ormai, in Kosovo ma non solo, le vittime del traffico di esseri umani e di prostituzione. Soprattutto nei pressi delle basi e delle grandi sedi degli organi internazionali. Ho partecipato spesso, in ex-Jugoslavia a eventi del genere, temendo che – e le denounce in merito non sono mai venute meno – questi giovani ragazzi, ignari, possano trovare, in serate simili, il trampolino per un futuro diverso da quello che si aspetterebbero.</font><font face="Times New Roman">     Dopo una lunga trafila di sfilate, e di esibizioni canore di bambini, cantanti locali e rapper, le premiazioni. Vestiti in abiti d’epoca, kosovari e albanesi, vengono premiati Miss e Mr Simpatia, Amicizia, Stampa, Sorriso, e, per concludere, Kosovo.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Vincono Arbnora Ademaj, 20 anni, albanese di Pec-Peja, modella, e Lecitrim Lokaj, Albanese, di 19 anni, studente di informatica di Junka, poco distante da qui. E’ la prima sfilata di Lecitrim. Visibilmente emozionato. Non cosi’ per Arbnora, sicura di se’, da tutto il giorno solo in attesa di essere premiata. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Una ventina di guardie del corpo non si e’ mai allontanata dall’entrata. Petardi in lontananza. Il giorno successivo i ballottaggi elettorali in molte citta’ del Kosovo. E tra poco la decisione definitiva sullo status della regione.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Ma quella sera il Kosovo vuole distrarsi. Anche se non sembra riuscirci, pare, come e quanto vorrebbe.</font><br />
<font face="Times New Roman">Rientro a Gorasdevac, dove pernotto, in tarda serata. Costeggio un piccolo fiume, sovrestato da una nebbia bassa e leggera. Nessuna luce, nessun suono, nessuno per la strada.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Leggi questa articolo uscito oggi 15 dicembre anche su<a href="http://www.ilmanifesto.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.ilmanifesto.it');"> Il Manifesto</a></font></p>
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		<title>Diario dal Kosovo. No news, good news!</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 20:31:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[notizie]]></category>

		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Pec-Peja / Bjelo Polje / Bistrice, 11 dicembre 2007
Come prevedibile, non è scoppiata nessuna guerra. Non è caduta nessuna bomba sulle nostre teste. Non c&#8217;è stato nessuno scontro. Qualcuno per cercare la notizia si è appellato ad una colluttazione a Kosovica Mitrovica-Mitrivice che ha coinvolto un tassista albanese e due serbi. La notizia è che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pec-Peja / Bjelo Polje / Bistrice, 11 dicembre 2007</strong><br />
Come prevedibile, non è scoppiata nessuna guerra. Non è caduta nessuna bomba sulle nostre teste. Non c&#8217;è stato nessuno scontro. Qualcuno per cercare la notizia si è appellato ad una colluttazione a Kosovica Mitrovica-Mitrivice che ha coinvolto un tassista albanese e due serbi. La notizia è che non c&#8217;è la notizia. <span id="more-31"></span></p>
<p>La Russia non ha lasciato le sue posizioni. Il Kosovo stesso temporeggia. La Serbia non molla, ma sembra aprirsi al dialogo. La notizia del giorno: decine di redazioni hanno investito in un viaggio a vuoto. La notizia del mese: per chi sperasse in una guerra a risolvere più rapidamente la soluzione, questo non è successo. <strong>I non-morti ringraziano!</strong><br />
Ringraziano Ramadan, che vive in uno degli unici 3 villaggi albanesi del Nord del Kosovo, in pieno territorio serbo, sulle montagne a nord di Kosovica Mitrovica-Mitrovice, e che ieri assieme a me, Giulia e i ragazzi di Operazione Colomba, ha potuto dimenticare che era il 10 dicembre e starsene tranquillamente in compagnia. Proprio lì dove si sente a casa sua<br />
Ringraziano Raiko e Mara, che oggi hanno potuto dimenticare che era l&#8217;11 di dicembre. Raiko e Mara vivono a Bjelo Polje, piccolo villaggio serbo a sud di Pec-Peja, in pieno territorio albanese e oggi hanno condiviso con noi il loro tempo, raccontandoci la loro vita, le difficoltà e la bellezza del loro matrimonio interetnico (lui serbo, lei croata). E suppongo, li abbiamo lasciati 30 minuti fa, stiano ancora bene e felici insieme, dopo 20 anni e oltre di matrimonio.<br />
Ringraziano tutte <em>les enclaves </em>del Kosovo. Ringraziano tutti i villaggi del Kosovo. Ringraziano tutti, anche noi.Ringraziamo i politici di non aver spinto perché qualcosa succedesse e per aver per una volta rispettato la vita altrui.<br />
Ringraziamo chi dalla guerra ci guadagna per non aver insistito per guadagnarci ancora. Ringraziamo la moderazione, per una volta, della comunità internazionale nel non aver spinto troppo su posizioni immediate da assumere. Ringraziamo gli Stati Uniti. Perché? Boh, ma coinvolgiamo un pò tutti oggi&#8230; Speriamo di non dover ritirare i nostri ringraziamenti troppo presto.. Noi non siamo dalla parte di nessuno. Solo vorremmo credere che per una volta, anche se con tempi infiniti, ci sia un&#8217;altra via per risolvere le cose. Ringraziano ancora: Ramadan (albanese di Kosovo), Arta (albanese di Kosovo), Fatima (albanese di Kosovo), Raiko (serbo di Kosovo), Mara (croata di Croazia), Dragana e Ivanka (serbe di Serbia), Andrea (italiano di Venezia), Giulia (italiana di Roma). Ringraziano inoltre Laura, Guido e Nemo di Operazione Colomba che per stare vicini a Raiko da tre giorni vivono senza luce e senza acqua.</p>
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		<title>Diario dal Kosovo. Da l&#8217;enclave serba di Gorasdevac</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 10:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[notizie]]></category>

		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Gorasdevac - Pec-Peja, 09 dicenbre 2007
Da tre giorni siamo in Kosovo, ma le pessime condizioni tecniche ci impediscono di corrispondere con la costanza che vorremmo. Salta di continuo l&#8217;elettricità e per gran parte del tempo le linee telefoniche sono interrotte.
Non sono propenso a spaventarmi, ma certi momenti e luoghi cambiano la naturale attitudine di ognuno. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Gorasdevac - Pec-Peja, 09 dicenbre 2007</em></p>
<p>Da tre giorni siamo in Kosovo, ma le pessime condizioni tecniche ci impediscono di corrispondere con la costanza che vorremmo. Salta di continuo l&#8217;elettricità e per gran parte del tempo le linee telefoniche sono interrotte.</p>
<p><span id="more-29"></span>Non sono propenso a spaventarmi, ma certi momenti e luoghi cambiano la naturale attitudine di ognuno. Potrebbe succedere qualsiasi cosa e saremmo isolati e, suppongo, non protetti. <strong>In una landa che è piana e buia che in molti momenti ricorda più Marte</strong>, più un luogo del nulla e di nulla, che un paese abitato o disabitato nel corso del tempo. Non capirò mai di cosa e in che modo il Kosovo possa sostentarsi; in che modo e a che tipo di vita siano destinate le sue genti, la nuova generazione disorientata nella vita e nei modelli.</p>
<p>Ci siamo per un attimo rilassati, sulla scia di Miss Kosovo. Per poi immergerci ancora nella vita delle strade e del tempo vissuto dalle diverse faccie che per ragioni diverse abitano qui. <strong>Gorasdevac, l&#8217;enclave serba in cui alloggiamo, terrorizza nel suo silenzio</strong>. Come per altre vie è silenziosa l&#8217;opera prestata dai coraggiosi ragazzi di <strong>Operazione Colomba,</strong> che la assistono. Da anni ormai sistematisi all&#8217;interno dell&#8217;enclave, promuovono dialoghi tra le etnie, assistono nella vita quotidiana le persone, garantiscono scorta bianca ai serbi che hanno necessità di muoversi al di fuori dell&#8217;enclave. In questi giorni si impegnano anche ad una vigilanza di &#8220;presenza e (eventuale, ma speriamo di no) scudo armato” all&#8217;interno di villaggi ed enclaves, nei luoghi di maggior rischio e tensione in giro per il Kosovo, sia serbi che albanesi. Dei loro presidi abbiamo visitato Gorasdevac e Bjelo Polje. Ne visiteremo altri nei prossimi giorni.</p>
<p>Oggi abbiamo passato una giornata felice nel <strong>monastero di Decani</strong>, tra i più antichi del Kosovo. Ad assisterci troviamo <strong>Padre Andrej</strong>. Ci accoglie, ci coccola vedendoci stanchi. Mangiamo insieme nel silenzioso refettorio. Ci racconta al sua storia: della sua conversione e della sua fede, ma anche dei suoi anni devoti al culto ortodosso. Condividiamo un amico di Roma: Giuseppe Balsamà, che da anni investe il suo sforzo per far avvicinare alla spiritualità del monte Athos chiunque voglia avvicinarsi al mistico.Salutiamo Padre Andrej dopo ore. <strong>Ancora più tardi ricordo ancora il sapore profondo di una peperonata </strong>che  poco prima mi ha offerto, e l&#8217;odore di vino nuovo e d&#8217;incenso del luogo. Scendiamo a valle dal monastero. I boschi son d’aceri, prima, di pini, poi, a valle sembrano minacciosi. Arriviamo a Pec-Peja in serata. È adesso che scrivo.<font face="Times New Roman"> </font></p>
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