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	<title>Caffè Sarajevo &#187; Taglio basso</title>
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	<description>Cultura e attualità dell\'est europeo</description>
	<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 10:43:53 +0000</pubDate>
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		<itunes:summary>Cultura e attualit? dell'est europeo</itunes:summary>
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			<title>Caffè Sarajevo</title>
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		<title>Appuntamenti. Croazia e Bosnia in carovana e tenda</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 15:55:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Taglio basso]]></category>

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		<description><![CDATA[A fine luglio parte il viaggio di conoscenza proposto dall&#8217;associazione Tenda per la Pace e i Diritti. Per incontrare la complessità culturale, sociale e ambientale dei Balcani.
A fine marzo 2003, a seguito dell&#8217;inizio dei bombardamenti in Iraq, è stata alzata in piazza della Repubblica a Monfalcone la Tenda per la Pace e i Diritti. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A fine luglio parte il viaggio di conoscenza proposto dall&#8217;associazione <a href="http://www.benkadi.it/index.php" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.benkadi.it');">Tenda per la Pace e i Diritti</a>. Per incontrare la complessità culturale, sociale e ambientale dei Balcani.<span id="more-103"></span></p>
<p>A fine marzo 2003, a seguito dell&#8217;inizio dei bombardamenti in Iraq, è stata alzata in piazza della Repubblica a Monfalcone la Tenda per la Pace e i Diritti. La Tenda è stata promossa dal gruppo di Bilanci di Giustizia (campagna nazionale sul controllo dei consumi, per consumi etici) e dall&#8217;Agesci (associazione guide e scout cattolici italiani) di Monfalcone e ha trovato poi molte adesioni (Emergency, Acli, Comitato provinciale Fermiamo la guerra). Durante la permanenza in piazza, durata fino a metà maggio &#8216;03, oltre alla distribuzione di materiale informativo e la presentazione di numerose campagne contro la guerra, sono state realizzate numerose iniziative coinvolgendo anche le scuole (elementari, medie e superiori). Al momento di dover togliere la tenda dalla piazza i volontari che la sostenevano hanno deciso di continuare le attività intraprese e formare quindi il gruppo &#8220;Tenda per la Pace e i Diritti&#8221;.</p>
<p>Tra le attività della Tenda per la Pace e i Diritti vi è quest&#8217;anno l&#8217;organizzazione della &#8220;Carovana&#8221; attraverso Croazia e Bosnia per incontrare, ascoltare e conoscere persone e territori che hanno innescato o subìto guerre e violenze dall’inizio alla fine del secolo scorso. Per cercare anche di capire meglio la complessità culturale, sociale, ambientale del “cuore” dei Balcani, e approfondire il rapporto tra il territorio italiano e questa parte del mondo, tra progetti e collaborazioni in atto e ipotesi per il futuro.</p>
<p>La Carovana è rivolta principalmente a giovani delle scuole superiori, universitari, associazioni culturali e pacifiste. Ai partecipanti (max 25) sarà richiesta una quota economica a parziale copertura delle spese di viaggio, vitto e alloggio e la disponibilità a mettersi in viaggio senza pregiudizi, né paura, aperti all’incontro con l’Altro. La carovana viaggerà dal 21 al 29 luglio 2007. Fino a metà luglio si terranno degli incontri di preparazione, obbligatori per tutti i partecipanti.</p>
<p>La partenza è prevista da piazza della Transalpina (Gorizia/Nova Gorica) e sono previste le seguenti tappe:<br />
- Slavonski Brod (Bosanski Brod): il fronte croato - serbo/bosniaco, il ponte, la fortezza, il crocevia, il fiume Sava;<br />
- Tuzla – Srebrenica - Bratunac: il genocidio, il ruolo degli organismi internazionali, le speranze di rinascita;<br />
- Visegrad: il ponte sulla Drina: la storia, la cultura, i mondi raccontati da Ivo Andric; - Sarajevo: l’assedio, la solidarietà, la resistenza, la multiculturalità, i saperi e i sapori di mondi diversi in una città ancora “speciale”;<br />
- Mostar: il ponte, l’informazione di guerra, il fiume Neretva;<br />
- Prijedor: le agenzie per la democrazia locale, la realtà dell&#8217;entità della Rep. Srpska, i campi di concentramento;<br />
- Bihac: il fiume Una, la nascita della Jugoslavia, la riscoperta dei valori fondativi (antifascismo e fratellanza), il turismo sostenibile.</p>
<p>In ogni tappa è previsto l’incontro con realtà locali (associazioni, personalità, amministratori), l’approfondimento di aspetti storici, sociali e culturali e la visita della città. Accanto ad incontri ufficiali con amministratori locali, cui si passaggio e dai quali cercheremo di avere informazioni sulla situazione socio-economica e culturale della realtà che amministrano, privilegeremo incontri “informali” sfruttando il momento della cena per conoscersi ed il dopo cena per gli approfondimenti. Ci saranno anche visite “guidate” delle città e momenti liberi, ma… non è un viaggio “turistico”.</p>
<p>Durante la carovana si incontreranno: Predrag Matvejevic, scrittore; Vesna Terselic, direttrice del centro &#8220;Documenta&#8221; di Zagabria; rappresentati dell&#8217;Helsinki Comittee; rappresentanti dell&#8217;Associazione Tuzlanka Amica; Jovan Divjak, autore del libro “Sarajevo mon amour&#8221; e direttore dell&#8217;Education builds B&amp;H Sarajevo; Paola Lucchesi, rappresentante di &#8220;Smaragdna Dolina&#8221; - Bihac e i rappresentanti di tante altre associazioni.</p>
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		<title>Appuntamenti. Srebrenica: esserci per non dimenticare</title>
		<link>http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/06/15/appuntamenti-srebrenica-esserci-per-non-dimenticare/</link>
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		<pubDate>Sun, 15 Jun 2008 10:23:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Anania</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Taglio basso]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;11 luglio è un appuntamento con la nostra memoria, la storia recente e spesso dimenticata. Anche quest&#8217;anno nell&#8217;anniversario della strage di Srebrenica la Fondazione Alexander Langer organizza un viaggio della memoria per assistere alla cerimonia di sepoltura delle vittime identificate durante l&#8217;ultimo anno, sarà occasione di riflessione sul genocidio di quell&#8217;11 luglio 1995.

Bosnia Herzegovina, intorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;11 luglio è un appuntamento con la nostra memoria, la storia recente e spesso dimenticata. Anche quest&#8217;anno nell&#8217;anniversario della strage di Srebrenica la Fondazione Alexander Langer organizza un viaggio della memoria per assistere alla cerimonia di sepoltura delle vittime identificate durante l&#8217;ultimo anno, sarà occasione di riflessione sul genocidio di quell&#8217;11 luglio 1995.</p>
<p><span id="more-96"></span></p>
<p>Bosnia Herzegovina, intorno al 9 luglio 1995. L’esercito serbo bosniaco attacca la zona protetta dalle Nazioni Unite di Srebrenica. L’offensiva si protrae fino all’11 luglio, giorno in cui le unità serbo bosniache entrano in città con il beneplacido del contingente olandese preoposto alla difesa dei civili. Seguono deportazioni, violenze ed uccisioni sommarie della comunità locale musulmana.</p>
<p>Dalla fine della guerra -alla fine dello stesso 1995- sono state trovate oltre 60 fosse comuni delle vittime del massacro di Srebrenica. Nel cimitero di Potocari, nei pressi di Srebrenica, sono state finora sepolte 2.907 vittime del genocidio, identificate con il test del Dna, mentre altri 5.500 corpi esumati attendono l&#8217;identificazione o il completamento degli scheletri le cui parti sono ancora sparse in diverse fosse comuni della Bosnia orientale.</p>
<p>In occasione della ricorrenza la <a href="http://www.alexanderlanger.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.alexanderlanger.org');">Fondazione Langer</a> garantisce ogni anno la presenza di una delegazione di cittadini europei a Srebrenica. L&#8217;iniziativa si inserisce nell&#8217;ampio quadro della elazione di cooperazione tra la Langer e Srebrenica allo scopo di rivitalizzazione il tessuto intellettuale e sociale della città sostenendo la nascita di una rete di giovani interessata a ricreare un clima di convivenza e di cooperazione.</p>
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		<itunes:summary>L'11 luglio egrave; un appuntamento con la nostra memoria, la storia recente e spesso dimenticata. Anche quest'anno nell'anniversario della strage di Srebrenica la Fondazione Alexander Langer organizza un viaggio della memoria per assistere alla cerimonia di sepoltura delle vittime identificate durante l'ultimo anno, saragrave; occasione di riflessione sul genocidio di quell'11 luglio 1995.



Bosnia Herzegovina, intorno al 9 luglio 1995. Lrsquo;esercito serbo bosniaco attacca la zona protetta dalle Nazioni Unite di Srebrenica. Lrsquo;offensiva si protrae fino allrsquo;11 luglio, giorno in cui le unitagrave; serbo bosniache entrano in cittagrave; con il beneplacido del contingente olandese preoposto alla difesa dei civili. Seguono deportazioni, violenze ed uccisioni sommarie della comunitagrave; locale musulmana.

Dalla fine della guerra -alla fine dello stesso 1995- sono state trovate oltre 60 fosse comuni delle vittime del massacro di Srebrenica. Nel cimitero di Potocari, nei pressi di Srebrenica, sono state finora sepolte 2.907 vittime del genocidio, identificate con il test del Dna, mentre altri 5.500 corpi esumati attendono l'identificazione o il completamento degli scheletri le cui parti sono ancora sparse in diverse fosse comuni della Bosnia orientale.

In occasione della ricorrenza la Fondazione Langer garantisce ogni anno la presenza di una delegazione di cittadini europei a Srebrenica. L'iniziativa si inserisce nell'ampio quadro della elazione di cooperazione tra la Langer e Srebrenica allo scopo di rivitalizzazione il tessuto intellettuale e sociale della cittagrave; sostenendo la nascita di una rete di giovani interessata a ricreare un clima di convivenza e di cooperazione.</itunes:summary>
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		<title>Bosnia: Nasa Stranka, il nostro partito</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 10:27:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Dalla fine della guerra il voto in Bosnia è stato sempre caratterizzato dall’appartenenza etnica. Da qualche mese, per superare questo empasse politico, Danis Tanovic -premio Oscar 2001 con il suo “No man’s Land”- ha fondato il nostro partito. Da Sarajevo, Cecilia Ferrara.

A Sarajevo, se davanti ad un caffè uno prova a parlare di politica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Dalla fine della guerra il voto in Bosnia è stato sempre caratterizzato dall’appartenenza etnica. Da qualche mese, per superare questo empasse politico, Danis Tanovic -premio Oscar 2001 con il suo “No man’s Land”- ha fondato il <em>nostro partito</em>. Da Sarajevo, <a href="http://blog.osservatoriobalcani.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/blog.osservatoriobalcani.org');">Cecilia Ferrara</a>.<span id="more-94"></span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">A Sarajevo, se davanti ad un caffè uno prova a parlare di politica e di partiti, la reazione della maggioranza delle persone sarà una smorfia di disgusto. La politica, diranno, è corrotta, nazionalista, non cambia niente e serve solo a fare soldi. Il livello di apatia in Bosnia Erzegovina è molto alto. Il paese è uscito dalla guerra civile 1992-95 stremato e diviso in due lungo le linee che erano state del fronte, la Repubblica Srpska a maggioranza serba da una parte e la Federazione di Bosnia Erzegovina a maggioranza croato-mussulmana. <strong>Nei 13 anni dalla fine della guerra non c’è stato nessuno che abbia parlato di riconciliazione</strong> e l’unico tipo di politica che viene fatto è di tipo nazionalista: i bosniaci di nazionalità musulmana votano i partiti musulmani, quelli serbi i partiti serbi e i croati idem. Al di là di ogni programma di governo. Allo stesso tempo questo porta anche ad una percentuale molto bassa di votanti: le scorse elezioni parlamentari furono solo il 53% dei cittadini a recarsi alle urne.</p>
<p class="MsoNormal">Ma da un paio di mesi c’è qualche cosa di differente. <strong>Danis Tanovic</strong>, il vincitore del premio Oscar 2001 con il film “No man’s Land”, che raccontò l’assurdità della guerra etnica, l’inefficienza delle Nazioni Unite e la spregiudicatezza dei giornalisti di guerra, ha lanciato un nuovo partito politico “<strong>Nasa Stranka</strong>”, il nostro partito. Ed allora tornando al solito caffè, se si vuol provare a chiedere cosa ne pensano di Nasa Stranka, gli avventori risponderanno senza il solito veleno, ma concederanno un “Bhè vediamo. Potrebbe essere qualcosa di buono. In fondo Tanovic è uno di noi che ce l’ha fatta e non entra certo in politica per i soldi o per la fama”.</p>
<p class="MsoNormal">Qualche mese fa sono iniziate a circolare interviste al giovane regista che raccontava di aver deciso di tornare a vivere nella sua città: Sarajevo. “Mi sono presto reso conto che non era possibile vivere normalmente qui – diceva Tanovic – non posso accettare il fatto che i bambini negli asili siano divisi a seconda della loro religione, o che i bambini debbano aspettare mesi per una semplice operazione”. Da qui la decisione di impegnarsi in prima persona per uscire dalla logica tipicamente bosniaca del “tanto non cambierà mai niente”.</p>
<p class="MsoNormal">Ma chi c’è dietro al partito del regista di “No Man’s Land”? Lo abbiamo chiesto al <strong>presidente Bojan Baijc, 30 anni </strong>appena ma con una solida esperienza di attivismo. “E’ tanto tempo che con altre persone delle ONG bosniache stiamo pensando ad un nuovo partito – spiega Baijc – Allo stesso tempo c’era un altro gruppo, il circolo di Danis e di altri intellettuali di Sarajevo, che si riuniva con l’intento di fare una iniziativa politica molto simile alla nostra”. I due gruppi si sono uniti ed hanno deciso di utilizzare il network e le infrastrutture delle ONG, l’influenza degli intellettuali Sarajevesi e, perché no, la fama e la reputazione del vincitore dell’Oscar Danis Tanovic.</p>
<p class="MsoNormal">“Il nostro obiettivo sono i giovani e persone che non hanno mai votato – continua Bojan Baijc – in questi giorni abbiamo ricevuto migliaia di e-mail, telefonate o sms, il 60,70% di questi sono persone che generalmente si astengono”. Ma per quale motivo c’era bisogno di questo partito? “I partiti attuali – dice Baijc – sono bloccati prima di tutto dalle loro bugie costituzionali. Cos’è una bugia costituzionale: ci sono queste 3 comunità etniche in Bosnia Erzegovina i Serbi, i Croati e i Musulmani che avevano tre obiettivi differenti durante la guerra. L’élite serba voleva una repubblica indipendente, l’élite bosniaca voleva uno stato senza entità e la élite croata voleva la sua entità. Nel 1995, a Dayton, tutte e tre le parti hanno firmato un accordo per fermare la guerra e lì i serbi hanno accettato il fatto che la Bosnia è un paese unico, i bosniaci hanno accettato che avesse due entità, e i croati hanno accettato di non averne una propria. Il giorno dopo aver firmato l’accordo i leader politici hanno iniziato a spingere di nuovo per gli obiettivi che erano quelli della guerra. Dal 1996 ad oggi <span> </span>non hanno fatto altro che reclamare le stesse cose: i bosniaci musulmani un paese senza entità, i serbi di Bosnia l’indipendenza, i croati una propria entità.”</p>
<p class="MsoNormal">“Noi invece partiamo da Dayton – conclude Baijc – accettiamo tutte le condizioni del trattato di pace perché è l’unico che è stato condiviso. Chi afferma il contrario agisce solo per manipolare e per creare allarme nelle altre due comunità. Prima di tutto è invece necessario abbassare la paura, aumentare la fiducia l’uno nell’altro e a quel punto anche le riforme saranno più semplici”. Il primo test per “Nasa Stranka” sono le elezioni amministrative del prossimo ottobre, a quel punto si vedrà quanto il volano di Danis Tanovic porterà bene al partito.</p>
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		<title>The Hunting Party: caccia alla Volpe balcanica.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2008 17:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Anania</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Taglio basso]]></category>

		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle sale l’ultimo film con Richard Gere, reporter indipendente che in solo due giorni scova il boia di Srebrenica coperto, nella pellicola, da Nazioni Unite e Cia.
Come sono cattivi i serbo bosniaci raccontati in The Hunting Party, l’ultimo film di Richard Shepard! La storia è ispirata ad un fatto di cronaca del 2000 quando tre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Nelle sale l’ultimo film con Richard Gere, reporter indipendente che in solo due giorni scova il boia di Srebrenica coperto, nella pellicola, da Nazioni Unite e Cia.<span id="more-86"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Come sono cattivi i serbo bosniaci raccontati in <em>The Hunting Party</em>, l’ultimo film di Richard Shepard!</strong> La storia è ispirata ad un fatto di cronaca del 2000 quando tre reporter americani si misero sulle tracce del criminale di guerra Radovan<span> </span>Karadzic; per lui l&#8217; Interpol ha emesso un mandato per crimini contro l&#8217;umanità, la vita e la salute pubblica, genocidio, ed altre cosine poco carine. Uno dei boia più spietati dell’ultimo conflitto in Bosnia Herzegovina (BiH) insieme all’altro latitante di lusso Ratko Mladic. Come nella realtà anche nel film sul criminale –chiamato nella finzione la Volpe- c’è una taglia di 5 milioni di $ ed è sorprendente la somiglianza dell’attore allo stesso Karadzic. Nella pellicola –per lo più girata nell’affascinante e martoriata Sarajevo- i toni diventano cupi quando i protagonisti si inoltrano nella <em>cattiva</em> Republika Srpska, l&#8217;entità serba della BiH. Dispiace vedere come Shepard dipinga tutti i serbi di Bosnia come favoreggiatori di criminali di guerra, avvolti di una rozzezza montanara alimentata dall’intramontabile odio interetnico. La storia è fin troppo romanzata ed il rancore privato del protagonista trasforma le motivazioni dell&#8217;impresa –intervistare la Volpe- nell&#8217;ennesima vendetta personale, un cliché made Usa che rovina un pò l’idea di raccontare questa storia. Non manca in ciò dell’ironia, con continui richiami a scene topiche di <em>The Delta Force</em> con il barbuto Chuck Norris in versione Rambo serie B.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong><em>The Hunting Party</em> ha però alcuni punti a suo favore che fanno pendere la bilancia sull’indice: andatelo a vedere!</strong> Nella sua maniera hollywoodiana il film vuole essere una denuncia severa, sempre utile per ricordare fatti così vicini nel tempo, ma così lontani nella mente dei più. Sotto accusa i servizi segreti americani. In solo due giorni i tre giornalisti protagonisti riescono a trovare uno dei principali criminali di guerra dei Balcani, compito volutamente fallito dalla politica internazionale fino ad oggi –la guerra in BiH è finita nel 1995. I tre vengono scambiati per agenti dell’<em>intelligence</em> americana, che alla fine li salverà lasciando scappare la Volpe ormai braccata. <strong>Anche le Nazioni Unite sono messe sotto accusa per le complicità avute nei Balcani con massacri come quello di <a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/2007/10/04/caffe-sarajevo-reportage-da-srebrenica/">Srebrenica</a>.</strong> Questo sperduto paese bosniaco dal 1993 era stato dichiarato dal Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro <em>UN safe area</em> ed era popolato per il 75% da bosniacchi –mussulmani di Bosnia. Complice anche questa decisione, Srebrenica divenne un centro di accoglienza di molti sfollati islamici di buona parte della BiH, una enclave a pochi chilometri dal fiume Drina, che ieri come oggi segna il confine con la Serbia. Fino al 1995 Srebrenica contava almeno 30.000 abitanti, oggi sono appena 5.000. L’undici luglio 1995 quasi tutti i maschi sopra i 14 anni furono trucidati; le donne deportate e abusate dalle truppe serbo bosniache. Il tutto avvenne sotto gli occhi chiusi della comunità internazionale mentre il contingente olandese delle Nazioni Unite posto in difesa della regione barattava la propria incolumità con l’entrata a Srebrenica delle truppe di Mladic e Karadzic. Il film ha il merito di ricordarlo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Per chiudere sui pregi del film, assolutamente degno di nota è il personaggio interpretato da Richard Gere, Hunting,</strong> un reporter di guerra con tanti conflitti alle spalle ma che non ha retto alle atroci balcaniche. Hunting, completamente impazzito in diretta durante il report da Srebrenica, ha buttato al vento una brillante carriera per restare a cercare i motivi di tanto dolore, arrabattandosi per sopravvivere in improbabili corrispondenze per le televisioni più <em>sgrause</em> del mondo. In bolletta fisso, ruba e raggira senza il minimo scrupolo!<span> </span>Il suo personaggio è veramente ben costruito, in lui c’è un realismo inquietante: non è difficile infatti trovare queste <em>simpatiche canaglie</em> a bere rakija nei tanti caffè all’aperto della Bosnia; che cerchino di placare un dolore offeso dall’impunità dei colpevoli?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--more--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Qeusto articolo è stato pubblicato nel numero del mese di maggio del mensile <a href="http://www.altrapagina.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.altrapagina.it');">L&#8217;Altrapagina</a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
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		<title>Storie balcaniche di dolore e amicizia</title>
		<link>http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/03/08/storie-balcaniche-di-dolore-e-amicizia/</link>
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		<pubDate>Sat, 08 Mar 2008 11:18:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/03/08/storie-balcaniche-di-dolore-e-amicizia/</guid>
		<description><![CDATA[Tragedia e farsa convivono nell&#8217;ultimo romanzo del croato Drazan Gunjaca, «Buona notte, amici miei», pubblicato dalle edizioni Fara. Ripubblichiamo il pezzo di Francesco Mazzetta uscito su Il Manifesto del 6 marzo 2008.
Che siano romanzi, racconti o opere teatrali, i libri di Drazan Gunjaca (nella foto), ex ufficiale della marina militare jugoslava e ora avvocato e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tragedia e farsa convivono nell&#8217;ultimo romanzo del croato <strong>Drazan Gunjaca</strong>, «Buona notte, amici miei», pubblicato dalle edizioni Fara. Ripubblichiamo il pezzo di <em>Francesco Mazzetta </em>uscito su <a href="http://www.ilmanifesto.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.ilmanifesto.it');">Il Manifesto </a>del 6 marzo 2008.<span id="more-65"></span></p>
<p>Che siano romanzi, racconti o opere teatrali, i libri di Drazan Gunjaca (nella foto), ex ufficiale della marina militare jugoslava e ora avvocato e scrittore croato hanno precise caratteristiche in comune: i temi - l&#8217;ultima guerra balcanica e la drammatica frattura che essa ha procurato nei legami sociali e nell&#8217;intimo stesso degli animi - ma più ancora il registro stilistico, che è al tempo stesso di tragedia e di farsa. Se la tragedia riflette ovviamente gli eventi descritti o evocati, il registro farsesco è meno scontato e si esprime attraverso seriose discussioni e/o divagazioni, palesemente iper-letterarie, che sembrano voler razionalizzare il dolore dell&#8217;esistente.<br />
Nell&#8217;ultimo romanzo di Gunjaca, Buona notte, amici miei, pubblicato da Fara (pp. 303, euro 15) la guerra balcanica rimane sullo sfondo, ma non di meno è il motore propulsivo della vicenda. Ne sono protagonisti Mario, ex ufficiale della marina jugoslava e poi combattente tra le file croate fino alla condizione attuale di pensionato di guerra grazie alle ferite riportate, e i suoi amici di Pola, in particolare Fabio che, a differenza di Mario, non ha fatto la guerra. L&#8217;amicizia tra i due è però tanto forte che quando l&#8217;ha saputo ferito si è spinto fino al fronte per assisterlo nell&#8217;ospedale militare. Anche a guerra finita, Fabio continua a preoccuparsi per il suo amico, molto depresso per tante perdite, e in particolare per quella della moglie serba che, allo scoppio della guerra, se n&#8217;è andata con i due figli in Australia senza più far ritorno. Particolarmente comico, a questo proposito, è l&#8217;incontro di Mario con l&#8217;ex amante Helena che constata - con caustiche razionalizzazioni che il diretto interessato non si sogna di confutare - come l&#8217;ardore sessuale di lui, prorompente quando il loro rapporto era da tener nascosto, si sia spento ora che esso potrebbe essere vissuto apertamente.<br />
E Mario langue tra il bar di Hrvoje e le discussioni svogliate con gli amici, letti freddi e vuoti, antidepressivi e funerali in cui si commemora il defunto con colossali sbronze e canzoni patriottiche. A salvarlo, stavolta da se stesso, è di nuovo Fabio, che lo coinvolge nella realizzazione del suo libro e nella creazione della casa editrice che lo pubblicherà. Non solo: scoprendo che Mario non ha mai spedito le lettere che ha scritto alla moglie lontana - e che scandiscono il ritmo della narrazione - si mette in contatto con lei e la convince a tornare, raccontandole che Mario ha un tumore da cui in realtà è lui stesso affetto. È proprio la malattia terminale di Fabio a salvare alla fine Mario dalla depressione, e anche a ricomporre in qualche modo i pezzi di «una &#8220;generazione persa&#8221; - ma non in quello stile parigino, elegante e nobile degli anni Venti e Trenta del secolo scorso»: tutti i suoi amici (veri o finti croati e serbi) finalmente riuniti, anche se col collante del dolore e della malattia, per portare a compimento il suo progetto editoriale.<br />
La conclusione del romanzo chiarisce dunque l&#8217;apparente ambiguità del titolo: quella balcanica può anche essere una notte buia e dolorosa dove i politici nuovi, come quelli vecchi, sono intenti a inseguire derive più o meno ideologiche di potere passando come schiacciasassi sulla vita delle persone, mentre l&#8217;Europa è vista contemporaneamente come desiderabile traguardo e insensibile organismo alieno. Ma se è possibile un barlume di luce, esso viene dai legami, prima di tutto di amicizia e reciproca comprensione, tra persone così uguali eppure così divise dalle traversie della storia come la gente, non importa di quale etnia, che oggi abita i Balcani.</p>
<p><em>Francesco Mazzetta </em></p>
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		<title>Autori oltre l’Adriatico. La penna allo specchio di Miljenko Jergovic.</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 15:37:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Anania</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La letteratura balcanica gode della stessa fortuna delle notizie che riguardono l&#8217;area: nessuna visibilità! Lanciamo una proposta ai nostri lettori: mandateci recensioni di autori dell&#8217;est! Intanto cominciamo con Miljenko Jergovic, uno degli scrittori più noti dell&#8217;ex-Jugo.
È di per sé molto faticoso trovare notizie fresche riguardo ai fatti dell’altra sponda dell’Adriatico, quando poi si parla di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font face="Times New Roman">La letteratura balcanica gode della stessa fortuna delle notizie che riguardono l&#8217;area: nessuna visibilità! <strong>Lanciamo una proposta ai nostri lettori</strong>: mandateci recensioni di autori dell&#8217;est! Intanto cominciamo con Miljenko Jergovic, uno degli scrittori più noti dell&#8217;ex-Jugo.<span id="more-63"></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman">È di per sé molto faticoso trovare notizie <em>fresche</em> riguardo ai fatti dell’altra sponda dell’Adriatico, quando poi si parla di cultura quel lembo di mare si trasforma in una voragine che inghiotte buona parte dell’esperienze più importanti. In questo abisso giace il contributo della nuova generazione di scrittori dell’est, vero e proprio argomento di nicchia nel nostro paese. Peccato! perché la sensibilità e lo stile di alcuni autori potrebbero far breccia in tutta Europa, Italia compresa, se solo fossero semplicemente tradotti. Questa fortuna tocca a pochi e sparuti scrittori contemporanei, che con la loro bravura tengono comunque alta la grande tradizione della letteratura balcanica anche agli occhi di chi non conosce la loro lingua madre. Uno su tutti Miljenko Jergovic, una delle voci più conosciute della letteratura bosniaca di oggi. Originario di Sarajevo, è stato costretto dalla guerra ad abbandonarla per rifugiarsi a Zagabria, dove vive dal 1994. I suoi scritti – tra i più famosi <em>Le Marlboro di Sarajevo, I Karavan </em>e<em> Mama Leone</em>- sono testimonianze della guerra, come poemi della nostalgia. Autobiografie mancate di riflessi della sua variegata personalità. A Jergovic –che rievoca in alcuni il conterraneo nobel Ivo Andric- interessa il racconto delle storie; la sua è una trasposizione di tutto ciò che è “oralità”, una narrazione di voci.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Jergovic è giornalista e narratore, scrive della memoria e della nostalgia aggrappandosi ad un ricordo, raccontarlo per non perderlo, cercando di sottrarlo all&#8217;oblio a cui la storia sembra destinarlo. Il ricordo che rafforza l’identità, specialmente in circostanze tanto traumatiche come la guerra. Ma cosa cercano i suoi personaggi? La pace, la memoria, un’identità? Alcuni forse solo di crescere con meno dolore possibile, altri di sopravvivere a quello che stanno vivendo. Infondo, non è proprio questo che ci accomuna? È possibile leggere i suoi libri in italiano grazie alle edizioni <a href="http://www.librischeiwiller.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.librischeiwiller.it');">libri Scheiwiller</a>.</font></p>
<p>Questo articolo è stato pubblicato sul numero del mese di marzo 2008 del mensile <a href="http://www.altrapagina.it/ingrandimento_articolo.php?ID_Articolo=1827&amp;Categoria1_Click=&amp;ID_Cat_Art_1=&amp;ID_Cat_Art_2=&amp;tit=La%20penna%20allo%20specchio" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.altrapagina.it');">L&#8217;Altrapagina</a></p>
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		<title>Kosovo: la signora indipendenza!</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Feb 2008 09:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Le impressioni e la cronaca di un cooperante italiano in Kosovo nei giorni della storica dichiarazione unilaterale d&#8217;indipendenza dalla Serbia della regione a maggioranza albanese. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Di Daniele Socciarelli* 
Prizren, Kosovo. Sabato 16 febbraio 2008, i clacson delle auto e rollio di tamburi comincia ad echeggiare per le strada, sta iniziando la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le impressioni e la cronaca di un cooperante italiano in Kosovo nei giorni della storica dichiarazione unilaterale d&#8217;indipendenza dalla Serbia della regione a maggioranza albanese. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Di <em>Daniele Socciarelli* </em></p>
<p><em><span id="more-62"></span></em><strong>Prizren, Kosovo. </strong>Sabato 16 febbraio 2008, i clacson delle auto e rollio di tamburi comincia ad echeggiare per le strada, sta iniziando la festa! Bandiere albanesi, USA, UE, Germania, Italia, Turchia, Nato UNMIK… e scritte come: “Auguri per l’indipendenza”, “Zio, è finita” (con il faccione di Adem Jashari, il capo dell’Uck, la resistenza albanese, ucciso dalle milizie serbe) prendono posto sui balconi, sulle auto, nelle vetrine dei negozi… ognuno ha bisogno di scriverlo, di dire a tutti che cosa succede.</p>
<p><strong>Domenica 17 febbraio 2008</strong>: la sveglia è quella del giorno prima, in lontananza si sentono canti e rumoreggiare di auto… passeggiamo verso il centro e l’atmosfera di festa di penetra da ogni parte del corpo seguendo un corteo di percussionisti che animano i piccoli viali turchi della vecchia Prizren; si fa colazione in centro, da dentro il bar si nota che piano piano la piazza si riempie, le bandiere rosse con l’aquila nera albanese sono tantissime…<strong>ore 15.00</strong> le strade si svuotano, sono tutti nelle case e nei bar ad ascoltare il discorso del premier… L’emozione sale, brillano tutti gli occhi davanti al televisore… ore <strong>15.40</strong>, Hashim Thaci (primo ministro kosovaro) dichiara l’indipendenza del Kosovo, <strong>la nascita di uno</strong><strong> stato sovrano, indipendente e democratico, che viva nel rispetto della multiculturalità. </strong>E’ emozionato, teso… ma durante la conferenza stampa, gioca con la nuova bandiera (Sfondo blu, Kosovo giallo al centro e sei stelle che fanno da corona) e si lascia andare ai primi sorrisi.Tutti in piazza! Partono i festeggiamenti, le persone sono avvolte dalle bandiere dell’Albania e ballano senza sosta, si regalano birre e bibite e la gente va avanti illuminando il cielo con i fuochi d’artificio dai mille colori!A Pristina le persone le persone riversate nelle strade del centro mangiano una grande torta (25 metri quadri) preparata per l’occasione, mentre Prizren si lascia avvolgere dall’euforia e viene scelta prima città del Kosovo ad issare la nuova bandiera, la bandiera della repubblica.Uno sguardo volge al cielo illuminato dai giochi pirotecnici e l’attenzione cade sullo striscione appeso sulla facciata della moschea più vecchia, si augura felicità al popolo per l’indipendenza, ma lo si fa in tre lingue, albanese, turco e serbo! Simbolo che le diversità devono essere parte integrante della costruzione di un paese. Questa è la parte del Kosovo felice, del Kosovo che si riscatta e che è pronto a faticare per la costruzione di uno stato… ma un po’ più a nord non la pensano proprio così. La risposta della Serbia, che rivendica da anni la sovranità sul Kosovo, non si fa attendere, una grande manifestazione a Belgrado dal titolo “Il Kosovo è Serbia” (coinvolte circa 500.000 persone provenienti da ogni parte del paese, con treni e pullman speciali e gratis) ha visto sfilare sul palco personaggi di spicco di ogni settore. Il discorso è cominciato con le parole del premier Vojislav Kostunica: “C’è qualcuno tra di noi che pensa che il Kosovo non sia suo? C’è qualcuno tra di noi che pensa che il Kosovo non sia Serbia?”; dopo di lui hanno parlato alla folla il leader dei radicali serbi Tomislav Nikolic, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Milorad Dodik,  l’ex giocatore di basket Dejan Bodiroga, il regista Emir Kusturica, e tanti altri che hanno mantenuto su questi livelli i toni della manifestazione.</p>
<p>La Serbia ha ribadito che non intende riconoscere il Kosovo, perché viola la legge del diritto internazionale, sancita dalla risoluzione 1244 dell’ONU con qui si è conclusa la guerra in Kosovo nel 1999, con cui si afferma che il Kosovo è parte della Serbia.L’impressione che ho avuto è stata quella di rivedere i grandi discorsi di Slobodan Milosevic degli anni ’90 dove il nazionalismo la fa da padrone, dove si strumentalizzano le persone e soprattutto dove si cerca di provocare una reazione; ad esempio sono state incendiate e devastate le ambasciate a Belgrado di USA (dove tra l’altro un ragazzo ha perso la vita), Turchia, Croazia e Bosnia; ex militanti nell’esercito serbo hanno bruciato i posti di controllo, e le auto dell’UNMIK (United Nation Mission in Kosovo), dove sorgono i confini a nord del Kosovo, ferendo anche dei poliziotti, e ribadendo che quella linea, che dovrebbe separarli, loro non la vogliono proprio… è come se i politici provassero a provocare il popolo da una parte e dall’altra… il problema è che questa situazione potrebbe sfuggire di mano, nel senso che è rischioso infiammare l’animo delle persone e poi cercare di tenerle buone. Tutto fa pensare ad un nuovo ridimensionamento dell’area balcanica…</p>
<p><strong>Ma i serbi che abitano qua?</strong> E le altre minoranze?I serbi che abitano in Kosovo, loro non hanno festeggiato l’indipendenza, non sarebbe stato logico, ma probabilmente non si sposteranno, continueranno a ricevere aiuti dalla Serbia, continueranno a vivere come facevano prima, come hanno fatto fino al 16 febbraio. Qualcuno più integrato, qualcuno meno tranquillo. Le altre minoranze invece hanno festeggiato ognuno con il suo contributo di balli o musica popolare, dando dimostrazione che questo paese è un insieme di culture e popoli diversi.Io ho cercato di farmi una mia idea di come sta la gente e di ciò che vuole: che cosa vorreste se guadagnaste tra i 150 e i 200 euro al mese, che cosa vorreste se mentre state lavorando o facendo una doccia o che ne so che cosa, va via la corrente per 4 ore e senza una logica particolare non si sa quando tornerà? Come ci si sente se qualcuno vi chiedesse, ehi scusa ma tu cosa sei? Albanese, serbo o cosa? E’ un diritto di tutti possedere un’identità!Ecco l’impressione che ho avuto io è che tutti ora vorrebbero camminare con le loro gambe, non dico che ne siano capaci, questo non lo so, ma ne hanno voglia perché qualcuno glielo ha promesso nel 1999 e ora ha dovuto mantenere questa promessa; che futuro si prospetta per un Kosovo riconosciuto da qualcuno si e da qualcuno no? Era così necessario arrivarci senza prendere un accordo con la Serbia? Che senso ha continuare a dividersi se il futuro è insieme in una Europa Unita? Sarà difficile costruire un futuro insieme se ad ogni passo che si fa ci si dimentica di quelli si sono già impressi nel terreno ed a tutte queste domande sarà ben difficile dare una risposta nel breve periodo.</p>
<p><em>Daniele Socciarelli* Cooperante <a href="http://www.ipsia.acli.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.ipsia.acli.it');">IPSIA in Kosovo</a></em></p>
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		<title>Kosovo: conto alla rovescia per l&#8217;indipendece day</title>
		<link>http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/02/16/kosovo-conto-alla-rovescia-per-lindipendece-day/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2008 10:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[notizie]]></category>

		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Ferma e sospesa come uno dei tanti paesaggi innevati di questo periodo dell’anno, ma sull’orlo del precipizio. Così si presenta la situazione del Kosovo, la provincia secessionista amministrata dall’ONU in attesa dell’imminente dichiarazione unilaterale d’indipendenza attesa per il 17 o 18 febbraio. Di Lorenzo Galeazzi
Pristina. Dalla parte della maggioranza albanese è tutto pronto o quasi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font face="Times New Roman">Ferma e sospesa come uno dei tanti paesaggi innevati di questo periodo dell’anno, ma sull’orlo del precipizio. Così si presenta la situazione del Kosovo, la provincia secessionista amministrata dall’ONU in attesa dell’imminente dichiarazione unilaterale d’indipendenza attesa per il 17 o 18 febbraio. Di Lorenzo Galeazzi<span id="more-57"></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman"><strong>Pristina.</strong> Dalla parte della maggioranza albanese è tutto pronto o quasi, dalla nuova bandiera, niente aquila bifronte ma tre colori con un disegno stilizzato del Kosovo, al nuovo inno nazionale. Dall’altra, quella serba, ormai concentrata in poche enclave, si aspetta invece l’intervento di Belgrado e all’occorrenza di Mosca per riportare l’ordine e il diritto internazionale. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Nel frattempo la vita va avanti fra attività lecite e meno lecite, fra schede telefoniche vendute agli angoli della strada e bar stracolmi di giovani disoccupati. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Tutto sotto l’occhio vigile delle Nazioni Unite che, nel caso la situazione dovesse precipitare, sono pronte a sparire in sole 24 ore. A tale riguardo una fonte riservata di UNMIK, l’amministrazione temporanea dell’ONU, ha parlato di un piano d’evacuazione che prevede cinque vie di fuga con elicotteri e ponti aerei e anche l’eventuale distruzione di un ponte nella periferia industriale di Pristina, nel caso rappresenti un ostacolo lungo la via per il moderno aeroporto internazionale.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Nella futura Capitale e nei maggiori centri urbani i segni della guerra del 1999 sono quasi del tutto invisibili, ma ci sono, basta allontanarsi e andare nei villaggi albanesi e nell’enclave serbe, basta fermarsi per parlare con la gente. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Come a Meje un piccolo centro della provincia di Djakova a ridosso del confine con l’Albania, dove c’è la sede dell’Associazione 27 Aprile. È un cimitero. 377 lapidi, 375 di maschi albanesi d’età compresa fra i 13 e i 94 anni, che riportano la stessa identica data di morte: 27 Aprile 1999, intere famiglie stroncate dalla barbarie della pulizia etnica di Milosevic. I primi corpi sono stati rimpatriati dalla Serbia solo cinque anni fa e il presidente dell’associazione, Haki Vadrija, otto parenti uccisi fra cui il fratello, sta ancora cercando i corpi delle altre vittime per dare loro un’adeguata sepoltura secondo il rito musulmano o cattolico.  </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Nelle enclave e nei monasteri serbi alla memoria della guerra passata si somma l’ansia e la paura per l’imminente futuro. E’ opinione diffusa che quando Pristina dichiarerà la propria secessione da Belgrado ci saranno altri scontri e violenze e altri cittadini serbi saranno ancora costretti ad abbandonare le proprie case. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Il Monastero di Decani, nella parte Ovest del Kosovo, quella sotto il controllo italiano, dal 1999 ad oggi è stato attaccato 4 volte, l’ultima meno di un anno fa, per un totale di 23 granate e un missile. Come racconta Padre Andrei è dal 2004 che la NATO ha pronto un piano d’evacuazione dei monaci, ma alla domanda se sono disposti ad abbandonare l’area sacra la risposta è netta: “La parola evacuazione non esiste nel nostro dizionario”. Stessa musica a Gorazdevac, un villaggio nei pressi di Pec, sempre nella zona Ovest. Questa enclave è diventata famosa perché è stata l’unica a non essere mai stata completamente abbandonata dai propri abitanti, neanche nei momenti più bui della contropulizia etnica. Peccato che la sopravvivenza di questi luoghi e di chi ci vive sia legata al fatto che sono controllati notte e giorno dai militari armati della KFOR che non potrà rimanere lì per sempre. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Se ci si sposta al Nord, ai sentimenti di cupa rassegnazione si sostituisce uno spirito ancora belligerante. Mitrovica è il centro urbano più importante dell’unica enclave serba in continuità territoriale con Belgrado e tutti gli esperti di politica internazionale dicono che sarà l’epicentro della prossima guerra del Kosovo. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">La città è una delle tante “Berlino dei Balcani”, a dividerla in due entità etnicamente pure non è un muro o un recinto ma un corso d’acqua. A Nord i serbi, a Sud gli albanesi e in mezzo il fiume Ibar e il suo ponte con alle estremità i due check point. Le poche macchine che vi transitano in direzione Sud-Nord levano la targa kosovara o la sostituiscono con una serba. Nessun simbolo o codice del Kosovo quasi indipendente è riconosciuto: dall’aquila albanese su sfondo rosso di passa al tricolore serbo, dagli euro ai dinari, dall’alfabeto romano al cirillico. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">“E’ il confine etnico” come spiegano alcuni abitanti di Mitrovica Nord ed è opinione diffusa che una volta che Pristina si dichiarerà indipendente da Belgrado, Mitrovica farà lo stesso con la nuova capitale del Kosovo e per annettersi alla Serbia.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Una possibilità categoricamente esclusa da Srba Milenkovic, Presidente dell’assemblea consultiva di Mitrovica Nord, una specie di sindaco, che si dice certo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite bloccherà “l’eventuale” dichiarazione d’indipendenza perché in aperto contrasto con la Risoluzione 1244 dell’ONU (che in effetti contempla la sovranità serba sul Kosovo). Inutile parlarci, sembra che non legga i giornali e sembra che non abbia ascoltato le parole di Bush che solo poche settimane prima da Tirana aveva detto che l’America il giorno dopo il distacco di Pristina, avrebbe riconosciuto il Kosovo”. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Se così fosse la città non sarebbe invasa di immagini di Putin, “fratello maggiore” di Belgrado e strenuo sostenitore della causa serba sulla provincia ribelle e non sarebbe invasa dai cartelloni elettorali di Nikolic, il leader dei nazionalisti serbi sconfitto per poco alle ultime elezioni, il cui programma elettorale poteva essere riassunto così: “Il Kosovo è Serbia”.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">Con Jovic Nebojsa, per fortuna si può ragionare. Secondo il Presidente del Consiglio nazionale serbo per Mitrovica Nord il riconoscimento dell’indipendenza da parte di USA e UE rappresenterebbe una violazione della Risoluzione 1244. Ciò obbligherebbe Belgrado a riportare in Kosovo il suo esercito e la sua polizia, perché è solo secondo quell’accordo che la Serbia ha ceduto temporaneamente il controllo del territorio alla comunità internazionale. All’obiezione che Belgrado potrebbe scegliere la strada per Bruxelles (con un percorso facilitato di adesione all’UE) rispetto a quella per Pristina, Nebojsa non ha dubbi: “La Costituzione obbliga la Serbia a difendere il proprio territorio, se così non fosse il Presidente sarebbe rimosso e arrestato. Caldeggiare l’indipendenza albanese porterà un nuovo conflitto fra la Serbia e albanesi e fra Serbia e la KFOR”. Insisto. “Nel caso la Belgrado non muovesse le truppe, noi saremo obbligati a rifiutare questa soluzione perché il Kosovo indipendente sarebbe una creatura criminale ed illegale. A quel punto Mitrovica sarebbe la sola a rispettare la 1244”. In altre parole: la secessione. Anche alcuni agenti della KPS, la polizia del Kosovo sotto comando UNMIK, che a Mitrovica (e nelle enclave) sono di etnia serba, interrogati sulla faccenda si sono detti pronti a svestire quelle uniformi per abbracciare la lotta contro Pristina. Con quali uniformi? “Con quelle di Belgrado è escluso” risponde Nebojsa. Rimane una terza opzione, la peggiore, l’uniforme di qualche gruppo paramilitare. “E’ per questo che entrambe le parti in causa devono avere pazienza e sapere che ogni movimento sbagliato causerà disordini”.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">A Pristina però l’eventualità di un distacco del capoluogo del Nord è considerato come un atto belligerante. Come dice Xhavit Jashari, Presidente dell’Associazione dei Veterani dell’UCK e cugino di Adem, il leggendario fondatore dell’Esercito di liberazione nazionale, “siamo pronti a combattere di nuovo per l’integrità territoriale del Kosovo indipendente e sovrano”. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">Per il momento le armi tacciono e speriamo continui così. Se c’è una cosa di cui quella terra non ha assolutamente bisogno è di altri morti. Alla convinzione largamente diffusa in parte albanese che l’indipendenza sarà la panacea di tutti i mali che porterà via disoccupazione (al 40% in città, al 90 nei villaggi e nelle enclave), criminalità e corruzione, Belgrado risponderà presto con l’embargo energetico. E infatti sabato e domenica scorsa ci sono state le “prove tecniche di indipendenza”, 10 ore di black out per giorno, contro le 4 – 5 canoniche.  </font></p>
<p><em>Questo articolo di Lorenzo Galeazzi è uscito nel numero in edicola dal 15 febbraio del settimanale</em> <a href="http://www.avvenimentionline.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.avvenimentionline.it');">Left</a></p>
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		<title>Bosnia. I lamponi della speranza</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 01:31:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[ Le esperienze della cooperativa bosniaca Insieme. Quando un frutto riesce a far convivere etnie diverse.
Bratunac, Bosnia ed Erzegovina.
Ivanka ha gli occhi azzurro mare, i capelli neri, torvi, e non più di 35 anni. E&#8217; serba, ma come tutti gli esseri umani vittime di una guerra, non ha nazionalità.  La incontro in una calda mattina di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><font face="Times New Roman"><a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2008/02/20080208_lamponi.jpg" title="lamponi"></a> Le esperienze della cooperativa bosniaca Insieme. </font><font face="Times New Roman">Quando un frutto riesce a far convivere etnie diverse.<span id="more-53"></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman"><em>Bratunac, Bosnia ed Erzegovina.</em></font></p>
<p><font face="Times New Roman">Ivanka ha gli occhi azzurro mare, i capelli neri, torvi, e non più di 35 anni. E&#8217; serba, ma come tutti gli esseri umani vittime di una guerra, non ha nazionalità.  La incontro in una calda mattina di agosto. Ivanka è una delle donne che una neonata associazione della zona, Maika - Madre, assiste. Al nostro incontro, la Presidente, Reika Filipovic, donna silenziosa, riflessiva, e lei. La nostra conversazione inizia in modo rapido, violento. Dice: &#8220;Qualche giorno fa degli stranieri hanno organizzato una partita di calcio, in un campo qui vicino, per qualche forma di solidarietà. Nello stesso campo, 14 anni fa, giocarono una partita con la testa di mio marito&#8221;.  La sua storia insostenibile, come molte delle storie di chi, nella prima metà degli anni Novanta, si è trovato nel posto sbagliato al momento giusto. Sono spesso di donne, le storie che ho sentito, nell&#8217;area di Srebrenica e non solo. Ed è così che la storia di Ivanka continua, e continua: il marito, la famiglia estinta, il campo profughi. Vedo la sua piccola casa, sulla sommità di un palazzo. Visito il villaggio dove abitava anni prima, raso al suolo durante la guerra. Poche pietre, raccolte sotto la boscaglia, ne alludono all&#8217;antica presenza. Indica Ivanka con la mano &#8220;lì&#8221;, lì hanno ucciso il marito; &#8220;lì&#8221; la nostra casa e quella dei miei suoceri. Mi offre delle pere selvatiche, cominciamo a scendere la collina che poco prima abbiamo risalito, ci sediamo per mangiarle. In qualche modo, dal primo momento, ho la sensazione di ricordarla, d&#8217;averla incontrata altrove.  Normalmente qualcosa mi impedisce di chiedere &#8220;E ora? E ora.. come va?&#8221;. Lo chiedo, risponde rapida come alla prima domanda: &#8220;Bene&#8221;, dice con un improvviso assenso, &#8220;ho una casa, un lavoro in cui mi trovo bene, uno stipendio, delle amiche&#8221;. Bene? Le chiedo dove lavora. &#8220;Alla Cooperativa Insieme&#8221;, qui vicino, &#8220;anzi ora è meglio che andiamo, o arrivo in ritardo al lavoro&#8221;.  Ecco dove ci eravamo visti, prima, io non ricordandola, lei sì, ma me lo dirà solo dopo. Avevo visitato quel luogo, qualche mese prima, con uno strano italiano: Salvatore Ferruzzi, cooperatore di Trento. Da Tuzla lo avevo raggiunto per visitare i progetti che stava seguendo in zona. Sposato con una signora bosniaca, tornava quel giorno dalla visita alla famiglia di lei, e mi aveva raggiunto, con molta attesa da parte mia, a Bratunac.  Lo seguo in auto, prende una direzione che conosco, una strada che accompagna il corso basso della Drina. Entra in un parcheggio ampio. Di fronte, un capannone giallo. Sopra, una scritta, &#8220;Insieme&#8221;, e di fianco a questa, il disegno di un lampone. In pochi istanti scopro il perché. &#8220;Hai una camicia, o un maglione&#8221; chiede Salvatore. Perché? E&#8217; estate. &#8220;Dove andiamo ora ne hai bisogno&#8221;.  Entriamo nell&#8217;enorme capannone. Si apre la porta di una cella frigoriera. Dentro, nella luce bassa dei neon, decine di donne ed un uomo accostano un nastro scorrevole, indaffarati su di esso. Mi avvicino, e sul nastro si seguono l&#8217;uno all&#8217;altro migliaia di lamponi. E&#8217; la selezione. Sono donne della stessa età, più o meno, attorno ai 40 anni. Poco più in là, altre celle raccolgono centinaia di cassette, accatastate in verticale: sono i lamponi scelti, pronti per il mercato. </font></p>
<p><font face="Times New Roman">La Cooperativa Insieme nasce nel 2003 da un&#8217;idea di ICS - Consorzio Italiano di Solidarietà Sarajevo, e di Forum Zena - Forum delle donne di Bratunac, in collaborazione con l&#8217;Associazione La Ventessa, ACS - Associazione Cooperazione allo Sviluppo, Agronomi Senza Frontiere e Associazione per la Pace. L&#8217;idea: rilanciare la produzione dei lamponi, mercato fiorente nella zona prima della guerra, attraverso una struttura cooperativa cui partecipino &#8220;uomini e donne di buona volontà, al di là della loro etnia&#8221;, specifica Salvatore, &#8220;siano essi serbi o mussulmani&#8221;. &#8220;Molte famiglie sono state distrutte dalla guerra, nel comune di Bratunac ci sono più di 1000 donne capofamiglia. Come favorire allora, da una parte il rientro delle famiglie, e dall&#8217;atra offrire un lavoro certo, che provveda alla loro sussistenza e inneschi nuovi meccanismi di condivisione e di rispetto interetnico&#8221;. Attraverso la cooperativa, appunto: un luogo in cui si lavora &#8220;spalla a spalla&#8221;, specifica Rada Zarkovic, presidente dell&#8217;Insieme, da poco sopraggiunta, in un italiano simile al bolognese, &#8220;superando la paura col lavoro. Il primo problema del nostro paese è che chi torna, ora, non ha un futuro, non ha una prospettiva. Noi cerchiamo di offrirglielo. Questo è l&#8217;unico modo per superare odio e diffidenza. Il numero dei soci è cresciuto, sono cresciute le esportazioni, e tra un poco, ma questo è ancora un sogno, produrremo marmellate&#8221;. E perché i lamponi? &#8220;Per tante ragioni, perché sono parte della cultura tradizionale dell&#8217;area, e molti altri perché, ma quello che mi piace di più è questo: perché i lamponi trasformano la parola ritorno nella parola restare: ogni pianta di lampone darà frutti per almeno dieci anni, e questo sarà, forse, per i coltivatori, un incentivo a rimanere&#8221;. Di dove sia Rada, provo a scoprirlo. Qualcuno dice bosniaca, qualcuno azzarda croata. Buon segno, che nessuno se lo sia mai chiesto. Comincia a far freddo, è ora di andare. Mangio alcuni lamponi. In un tavolo davanti al gigante giallo, le donne in pausa bevono insieme il caffé e ridono. Tra di loro, vestite tutte di rosso, c&#8217;era anche Ivanka. Tornandoci, mi capiterà spesso di rivedere quest&#8217;immagine. Non potevamo sperare di meglio.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">questo reportage è stato pubblicato anche </font><font face="Times New Roman">dal settimanale <a href="http://www.larinascita.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.larinascita.org');">La Rinascita della Sinistra</a>, in data 22 novembre 2007.</font></p>
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		<title>Diario dal Kosovo: ritorno alla base</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2007 18:32:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea foschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[notizie]]></category>

		<category><![CDATA[reportages]]></category>

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		<description><![CDATA[Si chiudono per adesso le corrispondenze di Andrea Foschi dal Kosovo. In queste settimane ci ha raccontato le sue impressioni e le storie dimenticate di quel martoriato pezzo d&#8217;Europa. Ecco l&#8217;ultima nota.

Venezia, 23 dicembre 2007
Tuzla è città per varie ragioni visionaria: al viaggiatore rimangono le colline, con piccole case dai tetti coperti di neve e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiudono per adesso le corrispondenze di Andrea Foschi dal Kosovo. In queste settimane ci ha raccontato le sue impressioni e le storie dimenticate di quel martoriato pezzo d&#8217;Europa. Ecco l&#8217;ultima nota.</p>
<p><em><br />
Venezia, 23 dicembre 2007</em></p>
<p>Tuzla è città per varie ragioni visionaria: al viaggiatore rimangono le colline, con piccole case dai tetti coperti di neve e dai camini fumanti; un curioso centro di piccoli edifici colorati che paiono un set di cartapesta, lilla o azzurri; un agglomerato di grandi fabbriche e torrioni di raffreddamento, che furono un tempo la sua gloria e sono ora enormi cadaveri del tempo.</p>
<p>Sono questi torrioni, che non smettono notte e giorno di fumare, e i capannoni, illuminati dai grossi forni in lontananza o da scie di neon, gli ultimi ricordi che il viaggiatore che sale verso nord ha della città.</p>
<p>Nel tardo pomeriggio uomini lenti, al calare della luce, camminano lungo le strade per rientrare nelle loro case. Sagome scure, portano con grosse borse o attrezzi con cui hanno reciso la legna.</p>
<p>In poche ore la Bosnia è un ricordo, la Croazia fugge via sotto l’autostrada, la Slovenia è neve, vallate bianche ed equivoca aria d’Europa. Il confine nazionale tra Italia e Slovenia è stato dimesso da sole poche ore quando lo attraverso.  Rimangono, silenziosi, blocchi di uffici bianchi e torrette di controllo. Lo attraverso non senza un brivido, quasi non rendendomene conto, a 40, forse 50 km/h.<br />
Ricordo le feste a Lubijana, il giorno dell’entrata in comunità, stand e tende in festa nelle campagne slovene, il concerto in notturna di Bregovic per la Gorizia-Gorica unificata, con un palco a ridosso tra i confini. Si riaprono fantasmi che l’Europa non ha ancora voluto chiarire, e strane sensazioni in tempi che per alcuni paesi corrono rapidi e per altri sono infiniti. Briciole sotto il tappeto, e urla di morti che chiedono vendetta.</p>
<p>Non ho neppure il tempo di riappaesarmi, che subito è, di nuovo, aria di Balcani. Accetto un invito a Cormons, di poco distante da Gorizia, per un concerto che, nelle vie nascoste dalla notte, si annuncia da lontano: è la Kocani Orkestra, divi di Macedonia. Torno lì per un attimo, dove per la prima volta li ho ascoltati, quando arriva diretto il suono d’una tromba, che dice chiaro: è King, il trombettista virtuoso e calvo del gruppo, e in un assolo intona Everlezi, nel silenzio del pubblico.<br />
Poco dopo, quando arrivo nella piazza, le persone sono in un cerchio che le unisce per le mani, danzanti. Sono italiani e sloveni. Non macedoni, salvo i musici, non croati, non bosniaci, non montenegrini né serbi. In un concerto, regalato dal comune di Gorica, per l’abbattimento delle frontiere..<br />
E’ incredibile, come anche qui faccia così freddo..</p>
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