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	<title>Caffè Sarajevo &#187; notizie</title>
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	<description>Cultura e attualità dell&#039;est europeo</description>
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		<title>Newroz Piroz Be!</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2009 10:36:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La celebrazione del capodanno curdo a Diyarbakir a pochi giorni dalle elezioni amministrative in Turchia. Il reportage dalla città, gli interventi di Osman Baydemir, Ahmet Türk e Leyla Zana. La carovana di pace della delegazione italiana.  Di Bawer Çakir, Ossevatorio sui Balcani
 Il 20, 21 e 22 marzo, come tutti gli anni, i curdi hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La celebrazione del capodanno curdo a Diyarbakir a pochi giorni dalle elezioni amministrative in Turchia. Il reportage dalla città, gli interventi di Osman Baydemir, Ahmet Türk e Leyla Zana. La carovana di pace della delegazione italiana.  <span>Di Bawer Çakir</span><span>, <a href="http://www.osservatoriobalcani.org">Ossevatorio sui Balcani</a></span><span id="more-365"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if gte mso 9]&gt;  Normal 0 14   &lt;![endif]--> Il 20, 21 e 22 marzo, come tutti gli anni, i curdi hanno festeggiato il Newroz, la festa di inizio primavera, scambiandosi l&#8217;augurio tradizionale “Newroz Piroz Be!”, felice nuovo giorno. In tutte le più grandi città turche, nel Sud Est curdo, come anche in Siria, Iran, Caucaso e Asia Centrale, milioni di persone hanno acceso i fuochi del “Nuovo Giorno”. Per i curdi di Turchia questa festa ha assunto negli ultimi trent&#8217;anni un valore politico molto forte. Il Newroz si è trasformato infatti in un momento di rivendicazione di diritti oltre che di celebrazione della cultura curda.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Quest’anno le celebrazioni si sono caricate di un ulteriore significato. Il 29 marzo, infatti, si svolgeranno in tutta la Turchia le elezioni amministrative per il rinnovo di tutti i consigli di quartiere, comune e provincia. Il pro-curdo Demokratik Toplum Partisi (Partito della Società Democratica, ndr) ha fatto delle celebrazioni una dimostrazione di forza in vista delle elezioni. Di seguito il nostro reportage da Diyarbak?r.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Halay</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Alle sei, tre ore prima dell&#8217;inizio delle celebrazioni, la gente ha cominciato a riempire la piazza dove si sarebbero tenuti i comizi passando attraverso due punti di controllo dove la polizia perquisiva uno per uno i partecipanti. Poco prima dell&#8217;inizio ufficiale della festa, gruppi di giovani hanno cominciato a ballare l&#8217;halay, danza tradizionale dell&#8217;Anatolia, quindi sono stati affissi al palco cartelli in curdo e in lingua zaza.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Circa un milione di persone, la maggior parte avvolte da bandiere con i colori curdi (giallo, rosso e verde), hanno preso posto nel grande spazio dove dopo poco sarebbero iniziate le celebrazioni del Newroz. Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, e il sindaco di Diyarbak?r, Osman Baydemir, hanno quindi preso la parola appellandosi al governo per richiedere una soluzione democratica della questione curda, e affermando la necessità di coinvolgere come interlocutore per la risoluzione del conflitto tra esercito e miliziani curdi il leader del PKK, Abdullah Öcalan, recluso dal 1999 nel carcere di massima sicurezza di ?mral?, presso Istanbul.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Baydemir: “La Turchia deve cambiare il suo approccio alla questione curda”</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il primo a prendere la parola a Diyarbakir è stato il sindaco della città, Osman Baydemir. Prima di iniziare il suo discorso ha fatto volare alcune colombe in segno di pace e la folla ha cominciato a scandire lo slogan &#8220;Amed [Diyarbak?r in curdo, ndr] è onorata dalla tua presenza!”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Baydemir ha esordito dicendo: &#8220;Gli occhi di tutto il mondo guardano al Newroz di Diyarbak?r. A Washington, Ankara e Bruxelles stanno ascoltando questa piazza. Tutti sappiano che qui i cuori di tutti battono per la pace e la libertà.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">“Per decine di anni &#8211; ha continuato Baydemir &#8211; hanno provato a ignorare le legittime rivendicazioni del popolo curdo. Tuttavia non sanno che il fuoco del Newroz arde per la pace e l&#8217;unione tra i curdi. I tempi sono cambiati. I curdi non sono più quelli di una volta. E’ arrivato il momento che anche la Turchia cambi il suo atteggiamento sulla questione curda”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">“Tutto il mondo deve essere conscio del fatto che in Medio Oriente senza i curdi non è possibile ottenere la libertà e la pace. Per questo motivo bisogna accogliere l’appello che viene dai curdi. Sono qui con noi delegati che vengono dai paesi più diversi. Sono qui tra noi anche ospiti che vengono dalla Turchia occidentale.&#8221;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Rivolgendosi al milione di persone presenti, Baydemir ha poi aggiunto: “Ecco, questo è il risultato della lotta dei curdi. I comuni controllati dai curdi sono municipalità modello. I servizi forniti in questi comuni sono un diritto del nostro popolo. Il popolo curdo però merita molto più di questo&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Leyla Zana: “I curdi hanno tre partiti: il PKK, il PDK e l’UPK”</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Nel parco del quartiere di Bailar, sempre a Diyarbakir, ha preso la parola anche l’ex-parlamentare Leyla Zana. Riferendosi alla presa di posizione del presidente iracheno Jalal Talabani secondo cui il disarmo del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) sarebbe una pre-condizione per lo svolgimento della conferenza di pace programmata per i prossimi mesi, ha dichiarato: “I curdi non sono certo amanti delle armi. Non insultateci. Per una volta i curdi non si facciano del male tra loro. Organizzando una Conferenza tra i diversi gruppi curdi dobbiamo trovare un accordo su un sistema per coordinarci. I curdi hanno tre grandi partiti: il PKK, il PDK (Partito Democratico del Kurdistan) e l’UPK (Unione Patriottica del Kurdistan).”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dopo il discorso di Leyla Zana, nell’area del raduno è stato accesso il fuoco simbolo del Newroz.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Türk: “Le elezioni del 29 marzo sono un referendum”</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, ha affermato durante il suo intervento che, a suo parere, le ossa rinvenute in questi giorni nell’ambito delle indagini sull&#8217;organizzazione Ergenekon, in fosse comuni nei pressi della città di Silop, sarebbero resti umani. Secondo il presidente del DTP questo ritrovamento significa che sarà a breve possibile comprendere cosa ne è stato delle persone fatte scomparire dall’esercito negli anni novanta. Poi ha continuato il suo discorso citando l&#8217;IRA irlandese e il leader sudafricano Nelson Mandela: “Pensano, con la forza, di poter ridurre al silenzio il popolo curdo. In Irlanda le parti in conflitto sono state trattate con rispetto. Qui in Turchia, invece, si fa finta che i curdi non esistano. Mandela è stato per anni in carcere. Dopo che l&#8217;hanno liberato è stata trovata una soluzione per il Sud Africa grazie all’accordo tra neri e bianchi. Öcalan ha la stessa importanza per il popolo curdo che Mandela ha per i sudafricani. Se si vuole trovare una soluzione per la questione curda bisogna liberare Öcalan che è il leader del popolo curdo.&#8221;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Quindi Türk ha sottolineato l’importanza delle elezioni amministrative che, secondo lui, saranno anche un referendum sull&#8217;operato del governo e del DTP: &#8220;La quantità di voti che prenderemo il 29 marzo mostrerà qual è il principale attore sulla scena curda, e renderà la pace più vicina. Queste elezioni sono un modo di difendere la nostra identità e la nostra lingua.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Secondo il dirigente del partito curdo, nel caso il DTP fosse il terzo partito più votato questa sarebbe la dimostrazione che l’intervento militare in Nord Iraq è stato inutile: “Gli occhi dell’America, dell’Iran e del Kurdistan sono puntati verso di noi. Il giorno delle elezioni, il 29 marzo, sarà il giorno in cui difenderemo una lotta che va avanti da trent’anni.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>“TRT6 è stata creata ad uso e consumo del governo”</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Newroz 2009</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">“A Diyarbakir la televisione locale GünTV viene condannata perché trasmette in curdo. In parlamento ho parlato nella mia lingua madre ed è successo il finimondo. TRT 6 è stata creata ad uso e consumo del governo. Non ci hanno concesso un diritto, lo hanno fatto per confonderci. Deve essere messa in campo una politica che consideri le rivendicazioni del popolo curdo diritti fondamentali. Coloro che pensano alla Repubblica come ad un loro monopolio ne daranno conto al popolo turco e al popolo curdo.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dopo l’intervento di Ahmet Türk, l’avvocato di Öcalan ha letto un suo messaggio. Ha avuto poi inizio il concerto dei cantanti curdi Zozan, Xeyro Abbas, Diyar e Aram Tigran. I partecipanti hanno accompagnato gli artisti ballando l’halay.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--><strong> </strong><!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>La delegazione italiana</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Una folta delegazione di osservatori internazionali è partita dall’Italia per partecipare al Newroz e monitorare lo svolgimento delle elezioni nella zona a maggioranza curda. Antonio Olivieri, di Verso il Kurdistan, ora a Van, ha spiegato a Osservatorio Balcani e Caucaso il ruolo della delegazione italiana in Turchia: “La carovana Newroz 2009 è stata organizzata dallo UIKI, Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, e dalla Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo di cui fanno parte Assopace, Cecina Social Forum, Un Ponte per e l‘associazione Verso il Kurdistan, di Alessandria. A Istanbul, dopo aver partecipato al Forum alternativo sull&#8217;acqua abbiamo incontrato Akin Birdal, candidato del DTP sostenuto anche dalla sinistra turca, poi siamo partiti per il Sud Est dove i circa cento delegati si sono divisi per raggiungere le città curde di Diyarbakir, Kiziltepe, Iirnak, Van, Hakkari e Batman. Qui la situazione è tranquilla, le celebrazioni del Newroz si sono svolte ovunque in modo pacifico. Siamo più preoccupati per quanto riguarda lo svolgimento delle elezioni. L&#8217;AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo al governo, ndr) sta facendo davvero di tutto per guadagnare voti, ad esempio regalando elettrodomestici, carbone o permettendo ai soldati che stanno facendo il servizio militare nel Sud Est di votare dove si trovano e non nel loro comune di residenza. La loro presenza nei seggi potrebbe intimorire gli elettori, vedremo cosa succede nei prossimi giorni.&#8221;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>Ha collaborato all&#8217;articolo Alberto Tetta da Istanbul</em></p>
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		<title>Il Kosovo e la guerra umanitaria</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 11:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<category><![CDATA[balcani]]></category>
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		<description><![CDATA[Esattamente dieci anni fa, il 24 marzo 1999, con i primi bombardamenti NATO sulla Serbia, ebbe inizio la guerra del Kosovo, ovverosia l’ultimo atto del lungo, tragico conflitto nei Balcani. A quella “guerra umanitaria” ( come forse per la prima volta si definì l’intervento armato destinato a “proteggere” i diritti umani di una popolazione civile) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: left">Esattamente dieci anni fa, il 24 marzo 1999, con i primi bombardamenti NATO sulla Serbia, ebbe inizio la guerra del Kosovo, ovverosia l’ultimo atto del lungo, tragico conflitto nei Balcani. A quella “guerra umanitaria” ( come forse per la prima volta si definì l’intervento armato destinato a “proteggere” i diritti umani di una popolazione civile) partecipò anche l’Italia, che ancora oggi<span> </span>mantiene in quella zona una quota consistente delle proprie truppe all’estero. Interessa a qualcuno sapere a quali risultati ha approdato quella guerra e se l’obbiettivo allora proclamato dai nostri governi occidentali è stato raggiunto? A me sì e ho cercato di documentarmi in proposito. <em>Di <a href="http://www.nandokan.it/">Fernando Cancedda</a>.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left"><em><strong><span id="more-348"></span></strong></em><!--[if gte mso 9]&gt;  Normal 0 14   false false false        MicrosoftInternetExplorer4  &lt;![endif]--><!--[if gte mso 9]&gt;   &lt;![endif]--> Da buon giornalista italiano, comincio dalla nota rievocativa dell’ANSA (Angela Virdò, del 22 marzo 2009).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">” …Per 72 giorni la Nato colpisce ponti, strade, centrali elettriche raffinerie e palazzi del potere. Ci sono anche gli errori: attacchi contro convogli di civili, treni e ospedali che provocano vittime tra i civili, ”effetti collaterali” come li definiscono con un infelice eufemismo i portavoce dell’Alleanza a Bruxelles. Gia’ a meta’ aprile i comandi Nato cominciano ad allarmarsi, la resistenza delle forze armate serbo-montenegrine si rivela maggiore di quanto avessero immaginato a Bruxelles per la loro capacita’ di ripristinare rapidamente i sistemi di comando e controllo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">“L’offensiva, che nei piani Nato doveva durare poche settimane, va avanti per due mesi e mezzo sino al 3 giugno, quando Milosevic si piega e accetta la resa anche se proclama:” abbiamo difeso il nostro onore contro un nemico piu’ forte di noi”. Nei giorni successivi tutti i militari serbi, umiliati e rabbiosi, lasciano il Kosovo e dietro le colonne militari partono verso nord anche centomila civili serbi che andranno ad ingrossare il piu’ grande ”esercito” dei Balcani, quello degli oltre quattro milioni diventati profughi lungo le molte guerre jugoslave, il conflitto dei serbi contro la Slovenia, quello in Croazia e il piu’ sanguinoso nella Bosnia-Erzegovina.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">“Dal sud, sotto la bandiera dell’Onu, entrano le truppe della Nato e le centinaia di migliaia di kosovari cacciate o fuggite nei mesi precedenti in Albania e in Macedonia. Quelli che un tempo erano le vittime si trasformano in pochi giorni in aguzzini, si moltiplicano le vendette e gli omicidi contro la popolazione serba rimasta, vengono incendiate e distrutte decine di case serbe, monasteri e chiese ortodosse senza che le migliaia di soldati della Nato riescano ad impedirlo….”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left"><span> </span>Anche a giudicare dai dati ufficiali, la guerra ha prodotto in poco più di due mesi più danni e più vittime di quelli che avevano fatto in precedenza sei anni di guerra civile. Prima di quel 24 marzo 1999 le vittime stimate degli scontri tra l’<strong>Esercito di Liberazione del Kosovo</strong> (Uçk) e le forze ufficiali e paramilitari serbe erano state circa duemila. Durante le 11 settimane di bombardamenti sono state uccise nella provincia, a seconda delle stime, dalle tremila alle diecimila persone, in gran parte civili albanesi assassinati dalle formazioni irregolari dell’esercito serbo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">Quanto allo sradicamento forzato dei kosovari, nessuno può dire quanti di loro scapparono per evitare la furia di Milosevic e quanti per paura delle <strong>bombe NATO</strong>. Ma all’inizio delle operazioni le Nazioni Unite calcolavano in 230mila i kosovari che avevano abbandonato le loro case. Alla fine della guerra, gli sradicati erano un milione e 400mila. Di questi, 840mila erano finiti nei campi profughi della Macedonia e dell’Albania.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">L’anno seguente, come ha ricordato l’Ansa, la ‘pulizia etnica’ cambia colore. Si contano oltre 200mila serbi (da 300mila che vivevano nella regione) in fuga dalle vendette albanesi.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left"><span> </span>Un anno fa il Kosovo, con l’appoggio degli Stati uniti, ha proclamato la sua indipendenza. Dei 192 Paesi a cui il governo del piccolo Stato (poco più di 10mila km2, due milioni di albanesi e diecimila serbi) ha chiesto il riconoscimento, 56 hanno dato risposta positiva, 22 dei quali dell’Unione europea. L’Italia è stata fra i primi “ma nella forma particolare di una sovranità sotto supervisore internazionale” ( formula dell’allora ministro degli esteri <strong>Massimo D’Alema</strong>). Così oggi il Kosovo non ha soltanto un presidente, un parlamento e un primo ministro, Harim Taqui &#8211; lo stesso che aveva guidato la guerriglia anti-serba . Mantiene anche un “governatore” dell’UE, l’olandese Peter Feith, a capo di una forza militare di 16mila uomini che ha sostituito le truppe della NATO. Ma lo staterello balcanico ha anche l’economia più povera d’Europa, il 50% di disoccupazione e una potente criminalità organizzata. Nessuna industria, un po’ di commercio e molto contrabbando, droga e armi in particolare. In compenso ha ricevuto, dal 2004 ad oggi, oltre cinque miliardi di euro di aiuti internazionali.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left"><span> </span>Possiamo dire che il risultato “umanitario” non è stato particolarmente brillante ? Il professor <strong>Pino Arlacchi</strong>, che all’epoca era vice segretario generale dell’ONU e come tale ha potuto avere accesso anche a fonti riservate, ne da un giudizio assai più severo e scrive che quella guerra “è stata un facile successo militare e un completo fallimento politico”. Ne attribuisce la responsabilità al “grande inganno” che attraverso un uso controllato dei media, promuove l’idea del mondo attuale “come un’arena nella quale le forze del caos dilagano incontrastate spinte dalla marea montante della globalizzazione” (<strong>”L’inganno e la paura, il mito del caos globale” ediz. Il Saggiatore</strong>).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left"><span> </span>Quel che è certo è che la NATO ha agito senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, creando un precedente in base al quale, scrive Arlacchi, “qualunque associazione regionale può attribuirsi le prerogative delle Nazioni Unite in materia di salvaguardia dei diritti umani”. Il diritto internazionale non prevede la legittimità dell’intromissione negli affari interni dei singoli Stati. Così in Kosovo come in Irak e in parte anche in Somalia, in America centrale, in Ruanda e in Georgia, il comportamento dei media è stato prevalentemente quello del catastrofismo prima e del senno di poi.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left"><span> </span>Ne valeva la pena? Quante altre azioni militari potrebbero essere compiute in nome della difesa dei diritti di un’etnia all’interno di uno Stato? Sono convinto anch’io, come Arlacchi e molti altri, che l’umanità abbia compiuto, nonostante tutto, passi da gigante nel lungo cammino della pace e della democrazia, ma credo anche che l’ipocrisia dei potenti ne abbia compiuti altrettanti nell’uso più disinvolto delle tecniche di propaganda.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">Scrive Arlacchi nel suo libro, che consiglio a tutti di leggere, che ” la dilatazione delle minacce e l’ingigantimento della statura degli avversari fino a oltre il confine del ridicolo è una costante dell’informazione manipolata…ogni avversario è un ‘nuovo Hitler’, e qualunque tentativo di evitare la guerra è una ‘nuova Monaco’”. Dieci anni fa Slobodan Milosevic, un burocrate di partito che pretendeva di tenere insieme con le minacce e la prepotenza un paese in disgregazione, diventa l’Hitler de Balcani. Così come un satrapo sanguinario come Saddam Hussein diventerà a sua volta l’Hitler arabo. Anche un mio vecchio amico, il giurista Danilo Zolo, ha scritto poco dopo l’intervento nei Balcani, un interessante volumetto: “Chi dice umanità, Guerra,diritto e ordine globale” (Einaudi, 2000). Vi sostiene &#8211; e a parer mio non ha tutti i torti &#8211; che “la qualificazione della guerra come ‘intervento umanitario’ è un tipico strumento di autolegittimazione della guerra da parte di chi la sta conducendo. Come tale è parte della guerra stessa: è, in senso stretto, uno strumento di strategia militare diretto ad ottenere la vittoria sul nemico”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">Quanto alle vere (ma discutibili) ragioni dell’intervento Nato, sono state fatte diverse ipotesi geopolitiche, molte delle quali ragionevoli. Mi limito a segnalare quella dedotta dal pensiero di un grande specialista americano della materia, Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza del presidente Carter, ribattezzato anche il “Kissinger” dei Democratici in USA. I Balcani, sostiene, sono un’area di estremo rilievo nella prospettiva egemonica degli Stati Uniti, perciò il sistema di sicurezza europeo deve “pienamente coincidere con quello americano” in modo che l’Europa divenga “la testa di ponte americana sul continente euro-asiatico”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left">In tale contesto, si spiega facilmente la sollevazione degli Stati Uniti e di molti governi alleati quando giovedì scorso la Spagna, che del resto non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, ha improvvisamente annunciato, per bocca del ministro della difesa Carme Chacon, il ritiro dei 632 soldati spagnoli di stanza nella regione. Nessuna meraviglia neppure che il giorno dopo, il braccio destro del premier Zapatero, Bernardino Leon, in visita a Washington, abbia voluto assicurare che il ritiro sarà effettuato “in stretta cooperazione con gli alleati” e potrebbe durare anche “un anno”.</p>
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		<title>Srebrenica 2009</title>
		<link>http://caffesarajevo.amisnet.org/2009/03/05/srebrenica-2009/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 11:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Anania</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un anno a Srebrenica per la realizzazione di un progetto del Ministero degli Affari Esteri, sviluppato dall’Ufficio Cooperazione Italiana a Sarajevo sottto la supervisione di Roberta Biagiarelli, autrice di A come Srebrencia. 
Roberta Biagiarelli, nel corso del 2009, sarà a Srebrenica come coordinatrice e responsabile del progetto pilota a sostegno della comunicazione per lo sviluppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno a Srebrenica per la realizzazione di un progetto del Ministero degli Affari Esteri, sviluppato dall’Ufficio Cooperazione Italiana a Sarajevo sottto la supervisione di <a href="http://www.babelia.org/">Roberta Biagiarelli</a>, autrice di <em>A come Srebrencia</em>. <span id="more-319"></span></p>
<p>Roberta Biagiarelli, nel corso del 2009, sarà a Srebrenica come coordinatrice e responsabile del progetto pilota a sostegno della comunicazione per lo sviluppo sociale e culturale in Bosnia Erzegovina.</p>
<p>Roberta è alla ricerca di collaboratori che intendano dare il loro apporto al progetto, mettendo a disposizione, a livello di volontariato, le loro personali competenze e il loro tempo per lo sviluppo, la realizzazione e la gestione di corsi di formazione riservati a giovani, bambini e donne.</p>
<p><em>Sono stata nominata responsabile dell’iniziativa e tra le prime azioni previste c’è l’apertura a Srebrenica di un Ufficio della Cooperazione italiana, a seguire saranno promossi corsi di formazione per giovani e donne, potenziate e supportate le attività delle Associazioni locali che favoriscono il dialogo e la difesa dei diritti umani e della pace. Offerte micro-iniziative culturali, migliorata la qualità degli eventi, cercando insommadi “scioccare” positivamente il territorio e i cittadini che lo abitano, verranno favoriti gli scambi con l’Italia e individuata la sostenibilità del progetto sul il<span> </span>futuro.</em></p>
<p><em>Tutto quello che faremo ha la priorità ela necessità di essere comunicato, per far uscire Srebrenica dall’isolamento in cui è caduta e per valorizzare i segni positivi di ciò che accade in città e nei dintorni, per tenere lontani i nazionalismi e la follia dei puri, per prendere fatto che il mondo è cambiato e che varrebbe la pena rendersene conto<span> </span>per vivere in pace e in tolleranza nel rispetto dell’individuo e<span> delle diversità altrui.</span></em></p>
<p><em>L’idea di andare a trasformare culturalmente in modo diffuso Srebrenica, lavorando in concreto sul territorio e con le persone che lo abitano, all’interno di un contesto di relazioni fatte<br />
di tante ferite è ancora oggi, a 14 anni dalla fine della guerra, un atto necessario.</em></p>
<p><em>Come artista questa avventura mi esalta e mi emoziona, a dire la verità un po’ anche mi spaventa, passare dal raccontare con il cuore una vicenda storica osservata alla pratica di azioni concrete è come avere in mano per tanto tempo tempo della farina e poi finalmente una pagnotta di pane. Vado a mettere proprio le mani in pasta, e spero di esserne all’altezza e di lavorare nel rispetto del dolore di tutti.</em></p>
<p><em>Di mettere a disposizione quella che è la mia capacità organizzativa e comunicativa<span> </span>per migliorare le condizioni di vita di quel luogo.</em></p>
<p><em>Andare a Srebrenica per quest’anno è per me un desiderio che si realizza e l’idea di “stabilirmi”<span> </span>lì mi rafforza, via da un’Italia che a guardarla oggi mi dà i brividi, che toglie il fiato, perché la crisi in cui si è precipitati non è solo economica, ma è anche, e principalmente interiore, emigrare in questo luogo dell’anima per me è confortante, è un’opportunità per meglio poter imparare a “riconoscere in mezzo all’inferno ciò che non è inferno…”</em></p>
<p><em>Ecco, ora più che mai mi sento davvero un’attrice, nel senso più forte del termine, nel senso di colei che<br />
agisce…</em></p>
<p><em>Se siete viaggiatori e non turisti venite fino a Srebrenica.</em></p>
<p><em>Roberta Biagiarelli</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em><!--more--></em>MAGGIORI INFORMAZIONI NEL MODULO ALLEGATO</p>
<p><a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/files/2009/03/albovolontarisre-180209.doc">albovolontarisre-180209</a></p>
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		<title>Croazia: dov&#8217;è il diritto all&#8217;informazione?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 20:49:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[croazia]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Una nuova legge impedisce ai giornalisti croati di affrontare casi di malversazione, criminalità organizzata o malasanità fino a quando i risultati delle indagini non vengono ufficializzati. Il dibattito nel Paese. di Drago Held
In Croazia, ai giornalisti può capitare di finire in carcere se rendono pubbliche informazioni relative ad un’indagine su un esponente della malavita accusato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una nuova legge impedisce ai giornalisti croati di affrontare casi di malversazione, criminalità organizzata o malasanità fino a quando i risultati delle indagini non vengono ufficializzati. Il dibattito nel Paese. di <a href="http://www.osservatoriobalcani.org">Drago Held</a><span id="more-312"></span></p>
<p>In Croazia, ai giornalisti può capitare di finire in carcere se rendono pubbliche informazioni relative ad un’indagine su un esponente della malavita accusato di crimine organizzato, su di un politico coinvolto in uno scandalo di corruzione, o su di un medico che con i suoi errori ha procurato la morte di un paziente.</p>
<p>Con le modifiche alla legge entrate in vigore all’inizio di quest’anno, i giornalisti, infatti, potrebbero trovarsi in prigione – da tre mesi a tre anni – insieme ai soggetti dei loro articoli. Questo fatto ha suscitato vera e propria costernazione nel mondo dell’informazione, in particolare tra i giornalisti che si occupano di affari di corruzione, che indagano sul crimine organizzato o che portano alla luce i collegamenti tra mafia e politica.</p>
<p>Se un giornalista viene a sapere di un’indagine per sospetta corruzione avviata a carico di un politico, non può scrivere nulla a riguardo fino a quando l&#8217;atto d&#8217;accusa non viene confermato. Lo scopo della legge che glielo impedisce è tutelare i diritti dell’imputato, vale a dire il rispetto della presunzione d’innocenza, perché nessuno è colpevole fino a quando la sua colpevolezza non viene dimostrata con un giusto processo.</p>
<p>Ma la legge che vieta la pubblicazione dei dati di un’indagine apre tutta una serie di domande. Questa legge limita la libertà di stampa? Cosa ne sarà dei giornalisti che pubblicano informazioni su una persona che è sotto inchiesta, raccolte con il proprio lavoro investigativo e non ottenute da fonti delle indagini? Quali possibilità ci saranno di manipolare i dati non pubblicati? Tra queste e altre domande, la cruciale resta sicuramente quella relativa alla tutela dei diritti: la tutela dei diritti dell’imputato è più importante del diritto dell’opinione pubblica a conoscere le informazioni rilevanti sul coinvolgimento di un politico di alto livello in qualche scandalo, anche prima che venga formulato l’atto d’accusa?</p>
<p>Un caso d’attualità ora in Croazia illustra perfettamente questo problema. Alla fine dello scorso anno, quando gli emendamenti alla legge non erano ancora entrati in vigore, i mezzi d’informazione hanno pubblicato i dati relativi all’avvio dell’inchiesta contro Ante ?api?, deputato, presidente di partito ed ex sindaco di Osijek, la quarta città croata per grandezza. I media hanno reso noto il presunto accordo che ?api? avrebbe firmato con il proprietario di una ditta, in cui si impegna a fare lobbying presso il governo croato per annullare il cospicuo debito che l’impresa aveva con lo stato. In cambio, questa avrebbe pagato a ?api? un appartamento a Zagabria e rinnovato la sua casa di famiglia.</p>
<p>Ora, dato il cambiamento della legge, non si può più scrivere di questo caso. ?api? ha presentato la sua candidatura a sindaco di Osijek per le elezioni che si terranno a maggio di quest’anno. La domanda è se i cittadini hanno il diritto di sapere a che punto è arrivata l’indagine, dato che queste informazioni sono estremamente importanti per la loro scelta di voto a sindaco. In fondo, non è anche nell’interesse di ?api? che si conoscano i risultati delle indagini, e che si sappia, ad esempio, che non è mai stato firmato un tale accordo? Gli avversari politici di ?api? non potrebbero manipolare il silenzio sull’inchiesta, facendo sapere ad esempio come si è conclusa l’indagine e che le supposizioni erano infondate solo ad elezioni avvenute?</p>
<p>Oppure, viceversa: cosa succederà se l’esame grafologico confermerà che ?api? ha davvero firmato l’accordo e i cittadini, visto che quest’informazione è segreta, l’avranno già scelto come sindaco? In questo caso, chi avrà ingannato l’opinione pubblica nascondendole i dati che, forse, sarebbero stati decisivi per il risultato delle elezioni? E quali le conseguenze nel caso in cui, qualche settimana dopo le elezioni e l’insediamento del sindaco, si rendesse noto che ?api? aveva stipulato un contratto estremamente compromettente per cui finirà in carcere?</p>
<p>Oppure, un esempio ancor più drastico. Mettiamo il caso che le indagini confermino in modo inoppugnabile che il medico di un reparto d’ospedale è colpevole per la morte di un paziente. L’opinione pubblica non lo viene a sapere perché così prevede la legge. Ma questa stessa “opinione pubblica” si rivolge allo stesso medico, mettendo la propria vita nelle sue mani. Se avesse saputo che il dottore, a cui si è rivolto fiducioso, per sua negligenza ha causato la morte di un paziente, un cittadino si rivolgerebbe comunque a lui? In questo caso è più importante la protezione del medico e del suo diritto alla presunzione d’innocenza oppure che il paziente sappia con quali medici ha a che fare?</p>
<p>La domanda è anche cosa sarebbe successo con qualche caso più importante &#8211; ad esempio il cosiddetto “caso Indeks”, lo scandalo di corruzione che ha visto coinvolti docenti dell’università di Zagabria che vendevano gli esami agli studenti – se l’opinione pubblica non ne fosse stata informata quando le indagini erano ancora agli inizi. La pressione dell’opinione pubblica ha avuto un effetto positivo nello svolgimento del caso oppure le informazioni rese note dai media hanno aiutato i pesci grossi a sfuggire alla persecuzione della giustizia?</p>
<p>In riferimento ai cambiamenti della legge e al divieto per i giornalisti di informare sul corso delle indagini, l’intera storia in Croazia si potrebbe sintetizzare con il titolo di un noto film di Miklós Jancsó: “Vizi privati, pubbliche virtù”.</p>
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		<title>B92: tre media in uno</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 12:34:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[radio]]></category>
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		<description><![CDATA[Una delle radio più importanti di Belgrado, famosa anche per l’ opposizione al regime di Milosevic diventa una Tv a diffusione nazionale e un sito Internet d’informazione. Un buon esempio di fusione dei tre principali mezzi di comunicazione. Di Marina Lalovic.
La radio B-92 nasce il 15 maggio 1989, a seguito di una decisione dell’unione studentesca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle radio più importanti di Belgrado, famosa anche per l’ opposizione al regime di Milosevic diventa una Tv a diffusione nazionale e un sito Internet d’informazione. Un buon esempio di fusione dei tre principali mezzi di comunicazione. Di<a href="http://www.cafebabel.com/"> Marina Lalovic</a>.<span id="more-304"></span></p>
<p>La radio B-92 nasce il 15 maggio 1989, a seguito di una decisione dell’unione studentesca socialista di creare un’unica stazione radio. Il fondatore, Veran Matic, è stato anche conduttore, negli anni Ottanta della trasmissione Ritam srca (il ritmo del cuore), che rappresentava già un primo passo verso la diversificazione della comunicazione di massa in Jugoslavia dopo la morte di Tito e la progressiva caduta del comunismo. <strong>Si occupava di temi tabù come prostituzione, Aids e droga. </strong>B-92 è stata spesso paragonata a radio Alice, stazione radio ultraradicale italiana degli anni Settanta. <strong>Lo slogan di B-92?</strong> «L’informazione non è solo rappresentazione e ripetizione, ma è anche la forza che permette di cambiare la realtà».</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Negli anni Novanta la radio B92 è stata più volte oscurata</strong> (per poi essere ripristinata grazie alle pressioni internazionali) a causa della copertura delle manifestazioni di opposizione al Governo di Milosevic. Durante il periodo dei bombardamenti di Belgrado la direzione dell’emittente è stata occupata da persone del regime, mentre i membri delle radio hanno continuato a lavorare in clandestinità. Soltanto nel 2000 i membri di B92 hanno ripreso il controllo totale delle trasmissioni. Dopo la caduta del regime B92 si è anche impegnata nella raccolta e produzione di materiale audiovisivo, allo scopo di ricostruire la memoria storica del Paese. Nonostante i problemi fu il mezzo più ascoltato del periodo. Nel settembre del 2000, subito dopo la caduta del regime a Belgrado, B92 diventa anche Tv. Attraverso questo media freddo, B92 per la prima volta dopo undici anni di lotta per la libertà d’informazione, arriva all’intera nazione. Non tutti i programmi radiofonici vengono “trasferiti” in TV: anzi, radio B92 continua a funzionare parallelamente al mezzo televisivo. Negli ultimi quattro anni ha triplicato i propri ascolti, diventando il terzo più popolare canale televisivo per la fascia di pubblico 15-54 anni, nonché una delle quattro televisioni con la licenza nazionale. Secondo AGB, Strategic Research data, Tv B92 copre oggi 98% del territorio di Serbia, mentre 88% della popolazione riceve le trasmissioni in buona qualità.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Internet</strong>, spesso considerato il rivale numero uno della Tv, può essere, invece, un’opportunità per la sua sopravvivenza: B92 diventa anche un sito web popolarissimo perché non si limita ad essere una vetrina del palinsesto della Tv ma è un vero e proprio collage informativo suddiviso nelle sezioni simili ad un giornale on-line: cultura, esteri, lavoro, viaggi. Dal 1996, il B92.net è il sito più vistato in Serbia, con 180mila visitatori giornalieri, e uno dei più visitati dell’Europa dell’Est. Il picco? A febbraio 2008 si sono toccati i 389.936 visitatori unici, con 2.330,281 pagine caricate sul sito (risorsa: Statcounter). Per questo radio-televisione-web B-92 è un mezzo unico: ha saputo conciliare e sfruttare le potenzialità dei tre media più importanti per rivolgersi al proprio pubblico, offrendo ai giovani serbi un’alternativa nel mar morto dell’informazione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La B92 mostra come il mezzo non è fondamentale per la qualità dell’informazione: <strong>radio, Tv e sito Internet sono qui tre realtà interconnesse ma indipendenti.</strong> In questo senso, attraverso le parole di Veran Mati?, capiamo la forza del mezzo sta nell’alternativa: «Siamo stati egoisti, perché la stazione radiofonica ci ha aiutati a creare quello che ci mancava e che desideravamo. Abbiamo creato il mondo a parte che era staccato dalla realtà repressa intorno a noi. Questo era, forse, l’unico modo per la nostra sopravvivenza».</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Russia: una partita decisiva intorno alla legge quadro sui media</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 13:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una partita molto importante si sta giocando in Russia nel campo dei media, dove tra l’ altro la lotta per la sopravvivenza è sempre più dura. di Valentina Barbieri
Negli sport di gruppo quello che conta è la coordinazione di attacco e difesa. A volte guardando il rapporto tra stampa russa e governo mi sembra che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Una partita molto importante si sta giocando in Russia nel campo dei media, dove tra l’ altro la lotta per la sopravvivenza è sempre più dura. di <a href="http://www.lsdi.it/">Valentina Barbieri<span id="more-293"></span></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Negli sport di gruppo quello che conta è la coordinazione di attacco e difesa. A volte guardando il rapporto tra stampa russa e governo mi sembra che valga lo stesso principio, con la differenza che attaccare è un privilegio che la stampa russa non può permettersi e che, per una serie di motivi economici e non, è sconsigliato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Rimane l’importanza di una buona difesa, di una buona capacità di reazione quando l’avversario passa la metà del campo, anche i tre quarti.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il campo la maggior parte delle volte è un terreno istituzionale, perché le piazze i convegni e le strade sono scelte che ancora non coinvolgono la comunità russa quanto quella internazionale.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il campo dello scontro è quindi la legge, che nelle definizioni pone il confine tra ciò che è legale e ciò che non lo è e che definisce gli spazi di manovra dei soggetti.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ancora una volta viene rimessa mano alla legge quadro sui media in Russia. Il progetto di legge, proposto dal Consiglio Federale russo, è stato presentato sabato 8 ottobre all’analisi della Camera bassa (la Duma russa). Le modifiche proposte toccano due temi, la regolamentazione della smentita e il trattamento dei dati personali.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>La smentita</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">I fautori dell’iniziativa pongono il problema in questi termini: al momento, se un giornale mette in prima pagina delle notizie che si rivelano poi essere dei falsi clamorosi, può dare la smentita in ultima pagina utilizzando un carattere molto piccolo. Insomma, il risultato è che la smentita passa inosservata e la &#8220;bufala&#8221; no.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Quindi i deputati propongono di modificare l’articolo 44 della legge dei media, indicando che la smentita nei giornali e nelle riviste deve utilizzare la stessa misura di carattere delle informazioni contestate, trovarsi nello stesso spazio e sotto il titolo &#8220;smentita&#8221; (unica eccezione, quella in cui la pubblicazione abbia cessato di esistere).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Se gli emendamenti alla normativa vigente entreranno in vigore, la legge risulterà in linea con quella italiana, che all’articolo 8 della legge 47 del 1948 (come modificato dall’art. 42 della legge 416 del 1981) prevede che:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span> </span>&#8220;Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span> </span>Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce. Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate.&#8221;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Per quanto riguarda radio e televisione, il progetto di legge russo prevede che &#8220;la smentita deve essere trasmessa nella stessa fascia del giorno e nella stessa trasmissione della comunicazione o delle informazioni.&#8221;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Analoghe richieste vengono rivolte alle pubblicazioni online, che devono presentare la smentita nella pagina principale.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Fin qui, si tratta quindi di emendamenti che non sembrano danneggiare il giornalismo russo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>La privacy </strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La seconda modifica all’analisi della Duma tocca invece un tema più sfuggente e delicato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Anche nei paesi &#8220;occidentali&#8221;, le normative sui dati personali hanno sollecitato dibattiti che sono stati cogeneratori di un equilibrio tra l’esigenza di controllo e il rispetto dei diritti costituzionali del cittadino.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">In Russia questo confronto è inevitabile, soprattutto per l’indefinitezza di alcuni termini usati nel progetto di legge.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il testo di legge presentato alla Duma recita:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">&#8220;La raccolta, il mantenimento, l’utilizzo e la diffusione di informazioni sulla vita privata di un cittadino da parte dei mezzi di comunicazione di massa é consentita solo previa autorizzazione da parte dello stesso cittadino o dai suoi rappresentanti legali. Eccezione fatta solo per i casi in cui azioni simili siano indispensabili per la difesa di interessi pubblici&#8221; si legge nel testo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Questa correzione del tiro, secondo gli autori, aiuterebbe a difendere i<span> </span>diritti costituzionali dei cittadini.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Rimangono però aperte alcune questioni, nell’attesa di una vera definizione di &#8220;informazioni sulla vita privata&#8221; e di &#8220;interessi pubblici&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Per &#8220;informazioni sulla vita privata&#8221; si intenderanno i dati personali o anche i dati sensibili? I dati giudiziari? Quale tipo di informazione verrà meno? Le informazioni concernenti la situazione finanziaria di una persona importante? I processi in atto a danno di personaggi pubblici? Il gossip, di cui i lettori russi sono voraci divoratori?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">In merito a questi interrogativi, Boris Reznik, vicepresidente del comitato sull’informazione della Duma, chiede provocatoriamente:<span> </span>«Se qualcuno ruba o compie altri reati intenzionalmente senza far rumore ed essere notato, bisognerà mica chiedergli l’autorizzazione per smascherlo?».</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Domanda retorica, certo, ma che serve a dare un’idea delle questioni deontologiche che rimangono aperte, e che l’uso improprio del concetto &#8220;interesse pubblico&#8221; approfondisce.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Per permettere un approssimativo confronto, ricordiamo che la legislazione italiana sancisce il diritto alla protezione dei dati personali da parte dei cittadini, identificando questi dati come &#8220;qualunque informazione relativa a persona fisica, persona giuridica, ente od associazione, identificati o identificabili, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione,<span> </span>ivi compreso un numero di identificazione personale&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La stampa può diffondere notizie o fatti di rilevanza pubblica facendo prevalere la propria funzione di divulgazione e informazione sull’obbligo dell’autorizzazione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>La trasparenza</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Oltre a tutto ciò, in Russia si apre un nuovo &#8220;fronte&#8221; di modifica, che tocca da vicino il diritto dei giornalisti all’ottenimento di informazioni dalle istituzioni e, secondo il giornale &#8220;Nezavisimaja Gazeta&#8221;, minaccia lo status di quarto potere dei giornali.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il progetto di legge sulla trasparenza informativa degli organi del potere di tutti i livelli e le derivanti correzioni alla legge sui media sono in realtà all’attenzione della Duma da oltre un anno, presentati addirittura all’inizio del 2007 dal governo di Michail Fradkov. Dopo la prima lettura a giugno dello stesso anno e una prima bozza<span> </span>per la seconda lettura sono caduti nel dimenticatoio.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Fino a quando il 6 ottobre il comitato sulla politica dell’informazione della Duma ha esaminato la nuova redazione e ha chiesto al Ministero dello Sviluppo economico di raggiungere un rapido accordo con il governo e l’amministrazione ad esso legata.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il progetto di legge già alla prima lettura ha provocato un certo dibattito, in cui la stampa è stata spalleggiata dalla Camera Pubblica della Federazione Russa, un organismo creato per l’interazione tra cittadini e autorità locali, che mira alla difesa di diritti e libertà dei cittadini,<span> </span>sviluppo sociale e controllo pubblico sulle attività governative.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">I parlamentari hanno promesso di rimettere mano al testo di legge entro la seconda lettura, che sarà all’inizio di dicembre. Al momento non sono state fatte grosse modifiche sull’emendamento. Sono spariti i riferimenti al fatto che i media debbano ricevere le informazioni nel corso di 30 giorni, in modalità standard.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ma la nuova formulazione lascia dei buchi legislativi enormi. Sulla tempistica, ad esempio. La gamma di casi non regolati è tale che esitono molte situazioni in cui, a detta di Andrej Šarov (capo di un dipartimento del Ministero dello sviluppo economico) saranno gli stessi organi e la redazione del giornale a decidere a quale legge fare riferimento.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Insomma, nel giro di poco più di un mese la cornice legislativa dei media russi potrebbe essere alterata significativamente.</p>
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		<title>Menzione al premio l&#8217;anello debole per Caffè Sarajevo</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 18:57:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[il programma radio]]></category>
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		<description><![CDATA[A Lorenzo Anania è stata assegnata una menzione speciale al premio giornalistico per l’informazione sociale L’anello debole 2008; ad essere premiato è stato il suo: Caffè Sarajevo, reportage da Srebrenica, speciale radiofonico di 25 minuti. (Foto: Srebrenica agosto 2007)
Il premio, organizzato dalla Comunità di Capodarco e bandito dal 2005, è assegnato ai migliori esempi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-size: 10pt;font-family: Tahoma">A</span><span style="font-size: 10pt;font-family: Tahoma"> Lorenzo Anania è stata assegnata una menzione speciale al premio giornalistico per l’informazione sociale <a href="http://www.premioanellodebole.it/"><strong><em>L’anello debole</em></strong> </a>2008; ad essere premiato è stato il suo: <a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/2007/10/04/caffe-sarajevo-reportage-da-srebrenica/"><em>Caffè Sarajevo, reportage da Srebrenica</em></a>, speciale radiofonico di 25 minuti. (<em>Foto: Srebrenica agosto 2007</em>)</span><span id="more-275"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-size: 10pt;font-family: Tahoma">Il premio, organizzato dalla <strong>Comunità di Capodarco</strong> e bandito dal<span> </span>2005, è assegnato ai migliori esempi di trasmissioni radiofoniche, televisive, opere cinematografiche brevi che abbiano narrato fatti e vicende della popolazione italiana e straniera definibile “fragile”, perché “periferica” o “marginalizzata”. L’idea del premio nasce dalla considerazione che la forza della “catena” della comunicazione dipende dalla resistenza del suo anello debole: poveri, minoranze, e culture “altre” hanno il diritto di essere al centro dell’attenzione collettiva. La menzione speciale sarà assegnata ad Anania sabato 8 novembre presso la Comunità di Capodarco di Fermo alla presenza del registra <strong>Mario Monicelli</strong>, ospite d’onore della serata.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span style="font-size: 10pt;font-family: Tahoma">Caffè Sararajevo, reportage da Srebrenica</span></em><span style="font-size: 10pt;font-family: Tahoma"> è stato realizzato <span style="color: black">durante la prima settimana dell’<strong><span style="font-family: Tahoma">International Cooperation For Memory</span></strong>, svolta proprio nella città del genocidio alla fine di agosto 2007; una conferenza che rientra nel progetto <strong><span style="font-family: Tahoma">Adopt Srebrenica</span></strong> della <a href="http://www.alexanderlanger.org/"><strong><span style="font-family: Tahoma">Fondazione Alexander Langer</span></strong></a> di Bolzano. <em>Caffè Sarajevo</em>, </span></span><em><span style="font-size: 10pt;font-family: Tahoma">reportage da Srebrenica</span></em><span style="font-size: 10pt;font-family: Tahoma"><span style="color: black"> è stato prodotto dall’Agenzia multimediale d’informazione sociale <strong>AMISnet</strong> e dalla Fondazione Langer. </span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La balcanizzazione della memoria</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 12:25:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Anania</dc:creator>
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		<category><![CDATA["TPI" "Karadzic" "Mladic"]]></category>
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		<description><![CDATA[Dove andrà la storia del conflitto ex-Yugoslavo dopo la consegna al Tribunale penale internazionale di Karadžic? Prova a risponderci Moni Ovadia (nella foto durante una scena di un suo spettacolo).

Il super-ricercato Radovan Karadžic è stato arrestato alla fine dello scorso luglio; sorprende ancora come per ben tredici anni sia riuscito nella sua incredibile latitanza. Pochi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dove andrà la storia del conflitto ex-Yugoslavo dopo la consegna al Tribunale penale internazionale di Karadžic? Prova a risponderci Moni Ovadia (nella foto durante una scena di un suo spettacolo).</p>
<p><span id="more-263"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il super-ricercato <strong>Radovan Karadžic</strong> è stato <a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/07/24/karadzic-larresto-eccellente-a-belgrado/">arrestato</a> alla fine dello scorso luglio; sorprende ancora come per ben tredici anni sia riuscito nella sua <em>incredibile</em> latitanza. Pochi sono i dubbi, ma nessuna la prova, sugli accordi presi tra Karadžic, Stati Uniti, Russia e chissà ancora chi per <em>ricominciare</em> un’altra vita dopo essere stato il leader del nazionalismo serbo durante la guerra in Bosnia. Non che il seme della sua opera fosse stato debellato. Da latitante Karadžic vanta un’edizione in sei tomi delle sue <em>Opere scelte</em> aggiornata all’aprile 2006, ha ricevuto il premio <em>Mihail Šolohov</em> dalla lega degli scrittori russi per il suo contributo alla cultura slava. <strong>Anche durante la latitanza ha continuato a scrivere e solo tra il 2002 e 2004 ne ha firmati almeno tre libri</strong>, due di poesie.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Fino alla firma degli accordi di Dayton nel 1995 (data dalla quale si era letteralmente volatilizzato) Karadžic ha sempre esposto lucidamente il suo piano di pulizia etnica nei confronti dell’etnia mussulmana di Bosnia, adottato insieme al comandante <strong>Ratko Mladic</strong> l’ideatore delle operazioni belliche. Da presidente della <em>Repubblica del popolo serbo in Bosnia e Herzegovina</em> Karadžic dislocò il suo nuovo esercito a <strong>Pale</strong>, poco sopra la capitale della Bosnia, e cominciò quello che è stato classificato come il più lungo accerchiamento nella storia bellica contemporanea: l’assedio di Sarajevo, durato dall’aprile 1992 al febbraio 1995, a noi occidentali ben noto per le immagini dei cecchini che sparavano sulla folla inerme. Si è stimato che le vittime dell’assedio siano state più di 12.000. Se non bastasse, il nome di Radovan Karadžic è legato anche al <a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/2007/10/04/caffe-sarajevo-reportage-da-srebrenica/">genocidio di Srebrenica</a> del luglio 1995. Per alcuni la definizione di genocidio per i fatti di <strong>Srebrenica</strong> non è opportuna, troppe e dolorose sono ancora le intenzioni revisioniste in merito. Per altri –come per chi scrive- definire Karadžic un criminale di guerra non è anticipare la futura sentenza del tribunale <strong>Tribunale penale internazione (Tpi) per i crimini durante la guerra nell’ex Yugoslavia</strong> -presso il quale egli è stato estradato. Indagini su molti dei fatti della guerra sono in corso da parte del Tpi, ma certo la storia di un popolo non può essere scritta da un tribunale, tanto più se straniero; questo è indubbio come il fatto che una Corte che giudichi sui crimini contro l’umanità sia in tutti i casi una conquista storica importante.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Con la consegna dell’ideologo dell’ultra nazionalismo serbo Karadžic al Tpi si chiude uno dei capitoli della storia più tragica della fine del XX secolo o se ne apre uno nuovo ancora tutto da scrivere? Quanto e come le “verità” che l’imputato Karadžic ha dichiarato di voler rilevare durante le sue udienze potranno aiutare ad una ricostruzione accettata e condivisa del recente conflitto che ha dilaniato l’ex Yugoslavia, tanto devastante da creare un neologismo come Balcanizzazione?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">A <strong>Città di Castello</strong>, ai margini dell’incontro annuale de mensile locale <a href="http://www.altrapagina.it/"><em>L’Altrapagina</em></a>, abbiamo girato queste domande a <strong>Moni Ovadia</strong> (padre bulgaro, madre serba, infanzia milanese), teatrante che ha fatto dell’<em>incontro delle civiltà e dell’ascolto di altre culture </em>la sua filosofia di vita.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dell’arresto di Karadzic –ci dice Moni- non si può altro che gioire, ma con una precauzione importante. L’opinione pubblica internazionale non deve fare l’errore di trasformare questo uomo (e di conseguenza il popolo serbo) nel <em>cavo espiatorio</em> delle guerre nei Balcani. I serbi hanno avuto enormi responsabilità durante la guerra degli anni novanta; le stanno pagando con un lento processo politico e culturale già messo duramente alla prova con il riconoscimento dell’indipendenza del <a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/02/04/puzzle-balcanico-speciale-status-del-kosovo/">Kosovo</a> da parte di alcuni stati, Italia per prima. Ricordiamoci che i serbi non sono i soli ad aver fatto la guerra. L’albero del nazionalismo è cresciuto in tutta la ex-Yugoslavia. Perché sulle atrocità dei croati di <strong>Franjo Tudjman o di Ante Gotovina</strong> è calato un vergognoso silenzio? E che dire di <a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/09/24/tpi-troppo-clemente-con-delic/"><strong>Rasim Delic</strong></a> -l’ex capo militare dei mussulmani di Bosnia- condannato dallo stesso Tpi ad appena tre anni! È facile per l’amministrazione statunitense, e a seguire per l’opinione pubblica occidentale, scaricare tutto sui serbi: è il solito gioco cinico ed ipocrita della diplomazia. I serbi sono gli ortodossi, naturalmente solidali con l’oriente slavo e quindi legati ai russi. Io sono assolutamente favorevole ad un Tribunale penale internazionale, ma questo non deve prestarsi a strumentalizzazioni e deve essere<span> </span>della massima trasparenza.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Io sono salvo –continua Moni Ovadia- Non ho nessun problema a definirmi così, anzi. Sono molto salvo, molto italiano, molto ebreo. Sono molte cose insieme! È naturale per me partecipare emotivamente alla vita politica e sociale dei Balcani; ma non ci vuole certo un esperto per dire che molti dei <em>problemi</em> scoppiati negli anni novanta dello scorso secolo hanno radici lontane. Senza risalire ad Adamo ed Eva e giusto per rimanere al XX secolo, la non condivisione dei fatti delle seconda guerra, con le accuse reciproche tra serbi, croati e mussulmani di essersi massacrati tra loro, una volta morto Tito ha portato alla mancanza di una qualsiasi idea condivisa del perché la Yugoslavia dovesse stare ancora in piedi. Oggi il rischio è identico: senza una storia collettivamente condivisa, quindi che si rifaccia alla verità dei fatti, la Balcanizzazione continuerà con il suo effetto domino. Solo chi mente deve aver paura della verità.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
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		<title>L&#8217;esitazione di Skopje sul Kosovo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 13:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nonostante la pressione della comunità internazionale, la Macedonia indugia nel riconoscimento del Kosovo. Skopje teme la reazione di Belgrado, suo maggior partner economico, e il conseguente rischio di rovinare le relazioni commerciali. Da Skopje, scrive Risto Karajkov.

47 paesi (oltre ai 192 membri delle Nazioni Unite) hanno riconosciuto il Kosovo dal giorno della dichiarazione della sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Nonostante la pressione della comunità internazionale, la Macedonia indugia nel riconoscimento del Kosovo. Skopje teme la reazione di Belgrado, suo maggior partner economico, e il conseguente rischio di rovinare le relazioni commerciali. Da Skopje, scrive <a href="http://www.osservatoriobalcani.org/">Risto Karajkov</a>.<span id="more-256"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>47 paesi (oltre ai 192 membri delle Nazioni Unite) hanno riconosciuto il Kosovo dal giorno della dichiarazione della sua indipendenza</strong>, il 17 febbraio 2008. Di questi, 21 sono membri dell&#8217;UE. Nelle sue immediate vicinanze il Kosovo è stato riconosciuto da Albania, Bulgaria, Croazia e Turchia. La Grecia ha relazioni troppo strette con la Serbia per farlo. Gli altri due stati confinanti con il Kosovo, Macedonia e Montenegro, sono in stallo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Alla Macedonia è stato recentemente ricordato da alcuni suoi partner della comunità internazionale e forti sostenitori dell&#8217;indipendenza del Kosovo, che si attende il suo riconoscimento di Pristina.</strong> L&#8217;ambasciatore britannico a Skopje, Andrew Key, ha detto chiaramente che il suo paese si aspetta che questo avvenga in tempi brevi. Fonti non ufficiali dicono che Washington abbia avanzato la stessa richiesta a Skopje. Questo non dovrebbe cogliere nessuno di sorpresa.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Anche i partiti politici albanesi della Macedonia, sia quelli al governo (DUI) che quelli all&#8217;opposizione (DPA), hanno fortemente sollecitato il riconoscimento del Kosovo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Ma il governo sembra indugiare.</strong> Nessun altro argomento dell&#8217;agenda politica è mai stato commentato con così poche parole. “Agiremo nell&#8217;interesse della nazione”, questo è quanto affermano da mesi i funzionari macedoni.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La ragione è più che ovvia. <strong>Skopje teme la reazione di Belgrado.</strong> Più volte la Macedonia è stata avvisata dai suoi vicini settentrionali che il suo riconoscimento del Kosovo comporterebbe seri rischi nelle relazioni bilaterali con la Serbia.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il presidente serbo Boris Tadic il mese scorso ha incontrato Branko Crvenkovski agli incontri laterali dell&#8217;Assemblea ONU a New York. In quell&#8217;occasione, Tadic ha chiesto al presidente macedone di non procedere al riconoscimento di Pristina, altrimenti Belgrado avrebbe agito di conseguenza. “Questo interferirebbe con i nostri affari interni e peggiorerebbe decisamente i nostri rapporti”, ha affermato Tadi?.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>“Ci aspettiamo che la Macedonia continui la sua politica di neutralità”, ha dichiarato l&#8217;ambasciatore serbo a Skopje</strong>, Zoran Popovic, alla televisione A1 TV a fine agosto, “se la Macedonia riconoscerà l&#8217;indipendenza del Kosovo, ciò si rifletterà seriamente sui nostri rapporti”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Data la fragilità della Macedonia nelle relazioni internazionali, e la disputa &#8211; recentemente aggravatasi &#8211; con la Grecia, l&#8217;ultima cosa di cui il paese ha bisogno è una rottura con la Serbia.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>Non vi è alcuna forte opposizione al riconoscimento del Kosovo all&#8217;interno dell&#8217;opinione pubblica macedone.</strong> Un Kosovo stabile è nell&#8217;interesse del paese, ma non lo è una Belgrado adirata.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La Serbia è il maggior partner economico della Macedonia, e si teme che il riconoscimento possa rovinare le relazioni commerciali. Inoltre i possibili ostacoli ai trasporti al confine con la Serbia (che non sono difficili da immaginare) potrebbero pesare enormemente sull&#8217;economia del paese.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il ministro macedone delle Finanze Trajko Slavevski ha cercato recentemente di scacciare queste paure. “La risposta della Serbia probabilmente non influirebbe sulle relazioni economiche. Ci sono altri modi di esprimere il proprio scontento”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Alcuni uomini d&#8217;affari macedoni seguono lo stesso ragionamento, sostenendo che gli affari hanno una propria logica separata dalla politica.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Forse questo, in parte, è vero. I governi non possono dettare una linea di pensiero al mondo degli affari, ma possono chiudere i confini (anche se temporaneamente) con diverse scuse. La Grecia lo ha dimostrato di recente in più di un&#8217;occasione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dall&#8217;altro lato, alcuni sostengono la tesi che il riconoscimento del Kosovo migliorerebbe di gran lunga gli scambi economici tra Skopje e Pristina. Il commercio ora ha già un suo peso, e la Macedonia trae un notevole guadagno dagli scambi con il Kosovo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Alcuni analisti ritengono che un eventuale tentativo di Belgrado di bloccare la Macedonia non avrebbe successo. “Ci sono già stati dei tentativi di blocco ai tempi di Miloševic, ma non hanno funzionato”, ha affermato Dimitar Mircev, professore universitario ed ex diplomatico.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><strong>A fine giugno la Macedonia e il Kosovo hanno finalmente iniziato il lavoro di demarcazione del loro confine comune.</strong> In passato la questione del confine è stata occasionalmente causa di tensioni sia a Skopje che a Pristina. In base agli accordi, la Macedonia avrebbe contemplato il riconoscimento solo una volta demarcato il confine. Entro la fine di settembre gran parte del lavoro sul campo è stato fatto e la demarcazione dovrebbe essere ormai finita. Subito dopo l&#8217;inizio di questo processo, ai primi di luglio, Belgrado ha emesso una nota di protesta all&#8217;ambasciatore macedone nel paese.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Una volta iniziata la demarcazione, con alcuni segnali diplomatici Skopje ha tentato di negoziare il riconoscimento del Kosovo con il reciproco riconoscimento del nome “Macedonia” da parte di Pristina. Ma il presidente kosovaro Fatmir Sejdiu non sembra disposto ad accettarlo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Anche se i funzionari politici sono stati estremamente cauti nel far riferimento ad un possibile riconoscimento, l&#8217;impressione tra i cittadini e tra gli analisti politici è che il governo stia indugiando e considerando seriamente il riconoscimento. Diverse volte, l&#8217;ultima volta la seconda metà di settembre, si è detto che il riconoscimento sarebbe avvenuto in pochi giorni. Ogni volta il governo ha smentito tempestivamente.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ci sono state alcune accuse, anche se mai particolarmente forti, per il fatto che ci si sta sforzando di sincronizzare il riconoscimento con la cronica questione legata alla <strong>disputa con la Grecia sul nome del paese</strong>: la Macedonia si aspetta un maggiore sostegno per risolvere la questione, ed in cambio riconoscerebbe prontamente il Kosovo. Questo ha un suo filo logico. Una volta risolta la questione del nome, la Macedonia entrerebbe automaticamente nella <strong>NATO</strong>, e potrebbe decidere più facilmente sul riconoscimento. Purtroppo le cose non hanno funzionato nonostante il forte sostegno degli Stati Uniti e dello stesso presidente Bush al summit NATO di Bucarest di quest&#8217;anno. Ci si stupirebbe se le cose funzionassero adesso.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Belgrado sta diventando particolarmente tesa per l&#8217;importante voto dell&#8217;Assemblea ONU, dove la Serbia spera che il suo caso venga portato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, così da ottenere un parere consultivo sulla legalità dell&#8217;indipendenza.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Il ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic ha specificamente ammonito i paesi della regione contro ogni mossa che in questo periodo potrebbe compromettere le speranze della Serbia all&#8217;ONU.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">“I paesi della regione hanno una particolare responsabilità per la pace e la stabilità di questi luoghi. Di conseguenza, ci aspettiamo che non intraprendano alcuna azione prima del voto delle Nazioni Unite sul Kosovo, cosa che comporterebbe pace e stabilità”, ha dichiarato Jeremi?.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Per ora il fattore politico albanese in Macedonia si è dimostrato comprensivo. “Non insistiamo su una data di riconoscimento, preferiamo avere un clima politico favorevole”, ha affermato il primo ministro Abdulakim Ademi, del DUI.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Date le circostanze, la politica del governo macedone di “aspettare e vedere” non è del tutto sbagliata. La prudenza è necessaria. Il governo dovrebbe fare del suo meglio per favorire buoni rapporti con il Kosovo. Poi, il riconoscimento seguirà con buone probabilità. Nel frattempo, ci sono almeno 140 paesi per cui il riconoscimento del Kosovo ha un rischio politico decisamente inferiore rispetto alla Macedonia.</p>
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		<title>Scene di caccia nel centro di Sarajevo</title>
		<link>http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/09/29/scene-di-caccia-nel-centro-di-sarajevo/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 15:29:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[notizie]]></category>
		<category><![CDATA[bosnia]]></category>

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		<description><![CDATA[Doveva essere una notte colorata e diversa quella del 24 settembre scorso, a Sarajevo. Si è trasformata in un incubo per circa 300 partecipanti alla serata inaugurale del primo “Queer Sarajevo Festival”. Prima insultati e assediati fin sulla porta dell’Accademia di Belle Arti, sede dell’evento, poi aggrediti fisicamente, picchiati a sangue, seguiti fino sulla porta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Doveva essere una notte colorata e diversa quella del 24 settembre scorso, a Sarajevo. Si è trasformata in un incubo per circa 300 partecipanti alla serata inaugurale del primo <strong>“Queer Sarajevo Festival”</strong>. Prima insultati e assediati fin sulla porta dell’Accademia di Belle Arti, sede dell’evento, poi aggrediti fisicamente, picchiati a sangue, seguiti fino sulla porta di casa. Almeno quindici i feriti, il più grave ricoverato in ospedale. Da  Sarajevo <a href="http://www.marioboccia.altervista.org/">Mario Boccia</a>.</span><span id="more-242"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Secondo le testimonianze raccolte, più di <strong>un centinaio di giovani musulmani wahabiti, dalle lunghe barbe</strong>, inclusa qualche donna in chador, si erano radunati, già dal pomeriggio sull’altra riva della Miliatcha, davanti all’Accademia, in pieno centro. <strong>Gli slogan più gridati erano: “Morte agli omosessuali” e “vi prenderemo a calci”</strong>. Nonostante questo alle 19.30, ora dell’inizio del festival, di fronte all’Accademia c’erano solo 15 poliziotti, del tutto inadeguati sia a controllare la situazione che a identificare i provocatori.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Tutto questo era molto più che prevedibile. Da settimane il festival era stato bersaglio di <strong>attacchi violenti da parte del giornale “Dnevni Avaz”</strong> (la copertina nella foto), il più diffuso e ricco del paese, fondato nel 1995 da Fahrudin Radoncic, un giornalista bosgnacco nato nel sangiaccato, in Serbia. La testata di “Avaz” domina la città dai 174 metri del grattacielo “Avaz business center” di proprietà della omonima casa editrice, appena costruito nel quartiere di Marindvor, a sovrastare il giallo e quadrato edificio dell’Holiday Inn. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Manifesti ovunque: nelle strade, alle fermate degli autobus, sui finestrini della compagnia “Sarajevo taxi”, chiamavano al boicottaggio. Citando malamente il corano e <strong>enfatizzando la tesi che sosteneva che organizzare questo festival durante il mese di Ramadan, era un insulto a tutti i musulmani di Bosnia </strong>(bosgnacchi). In seguito a questa campagna stampa, il sindaco di Sarajevo, la signora Semiha Borovac (membro del partito nazionalista bosgnacco “storico” SDA), ha fatto appello affinchè la manifestazione fosse rimandata a dopo il Ramadan. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Identica omofobia da parte dei partiti dell’entità serbo-bosniaca. Rajko Vasic, segretario del SNSD di Milorad Dodik, afferma: “E’ un comportamento innaturale, una deviazione” &#8211; aggiungendo &#8211; “per me tutto quello che non è naturale non è normale”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Poi ci sono i “medici-politici” come Amila Alikadic Husovic, deputata al parlamento di Stranka za BiH (il partito di Haris Silajdzic) e direttore della clinica oculistica di Sarajevo, che dice: “questa malattia deve essere curata per evitare la sua diffusione” &#8211; specificando (con orgoglio) -<span> </span>“questo tipo di deviazione psicologica non è tipica della nostra mentalità”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot"><strong>Opinioni evidentemente condivise anche in Serbia. Solo due giorni prima, a Belgrado, il “Queer festival “</strong> (già alla quinta edizione, così come quello di Zagabria) <strong>è stato attaccato da militanti del gruppo ortodosso clerico-fascista serbo “Obraz” </strong>(onore). Uno degli aggressori era stato arrestato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Poche luci nella notte di Sarajevo. Boris Kozenskjin, portavoce della comunità ebraica di Sarajevo, ha sostenuto la necessità di fare subito una legge contro tutte le discriminazioni, che implicherebbe un maggiore rispetto per le minoranze, sia religiose sia sessuali; il regista Denis Tanovic (premio oscar con <em>“<span style="text-decoration: underline">No man’s land</span>”)</em>, neo fondatore del partito <a href="http://caffesarajevo.amisnet.org/2008/06/14/bosnia-nasa-stranka-il-nostro-partito/">“Nasa Stranka”</a>, ha protestato contro le dichiarazioni discriminatorie di politici e religiosi bosniaci. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot"><strong>Dal 1996 in Federazione BiH e dal 1998 in Republika Srpska (le due entità costitutive la Bosnia Erzegovina) essere omosessuali non e più reato</strong>, ma l’omosessualità rappresenta un tabù talmente forte che essere riconosciuti colpevoli di corruzione o essere stati degli assassini è considerato meno grave che dichiararsi omosessuali. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Tre anni fa usciva <em>“<span style="text-decoration: underline">Go West</span>”<span style="text-decoration: underline">,</span></em> film del giovane regista bosniaco Ahmed Imamovic, che raccontava la storia d’amore tra due uomini, un serbo e un musulmano, nella Sarajevo assediata. Suscitò reazioni violentissime, incluse ripetute minacce di morte per il regista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">In una intervista precedente agli incidenti, Svetlana Durkovic, portavoce di “Q” (organizzazione per la difesa dei diritti degli omosessuali) aveva detto che il festival stava assumendo significati che vanno oltre quelli che interessano i singoli gruppi che lo animano: “E’ diventato materia di difesa dei diritti umani e dello stato laico dove politica e religione devono rimanere separati. Si tratta di difendere il diritto alla libertà e alla sicurezza”.<span> </span>Aggiungendo: “non ci lasceremo intimidire dalle azioni degli estremisti religiosi” ma, dopo gli incidenti, il programma del “Sarajevo Queer festival” è stato sospeso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&amp;quot">Amnesty International ha duramente condannato l’uso di un linguaggio omofobo da parte dei media e dei politici, richiamando tutti ad assumere un ruolo costruttivo nello smantellamento dei pregiudizi.</span></p>
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