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Scene di caccia nel centro di Sarajevo

A cura di AMISnet • 29 Settembre 2008

Doveva essere una notte colorata e diversa quella del 24 settembre scorso, a Sarajevo. Si è trasformata in un incubo per circa 300 partecipanti alla serata inaugurale del primo “Queer Sarajevo Festival”. Prima insultati e assediati fin sulla porta dell’Accademia di Belle Arti, sede dell’evento, poi aggrediti fisicamente, picchiati a sangue, seguiti fino sulla porta di casa. Almeno quindici i feriti, il più grave ricoverato in ospedale. Da Sarajevo Mario Boccia.

Secondo le testimonianze raccolte, più di un centinaio di giovani musulmani wahabiti, dalle lunghe barbe, inclusa qualche donna in chador, si erano radunati, già dal pomeriggio sull’altra riva della Miliatcha, davanti all’Accademia, in pieno centro. Gli slogan più gridati erano: “Morte agli omosessuali” e “vi prenderemo a calci”. Nonostante questo alle 19.30, ora dell’inizio del festival, di fronte all’Accademia c’erano solo 15 poliziotti, del tutto inadeguati sia a controllare la situazione che a identificare i provocatori.

Tutto questo era molto più che prevedibile. Da settimane il festival era stato bersaglio di attacchi violenti da parte del giornale “Dnevni Avaz” (la copertina nella foto), il più diffuso e ricco del paese, fondato nel 1995 da Fahrudin Radoncic, un giornalista bosgnacco nato nel sangiaccato, in Serbia. La testata di “Avaz” domina la città dai 174 metri del grattacielo “Avaz business center” di proprietà della omonima casa editrice, appena costruito nel quartiere di Marindvor, a sovrastare il giallo e quadrato edificio dell’Holiday Inn.

Manifesti ovunque: nelle strade, alle fermate degli autobus, sui finestrini della compagnia “Sarajevo taxi”, chiamavano al boicottaggio. Citando malamente il corano e enfatizzando la tesi che sosteneva che organizzare questo festival durante il mese di Ramadan, era un insulto a tutti i musulmani di Bosnia (bosgnacchi). In seguito a questa campagna stampa, il sindaco di Sarajevo, la signora Semiha Borovac (membro del partito nazionalista bosgnacco “storico” SDA), ha fatto appello affinchè la manifestazione fosse rimandata a dopo il Ramadan.

Identica omofobia da parte dei partiti dell’entità serbo-bosniaca. Rajko Vasic, segretario del SNSD di Milorad Dodik, afferma: “E’ un comportamento innaturale, una deviazione” - aggiungendo - “per me tutto quello che non è naturale non è normale”.

Poi ci sono i “medici-politici” come Amila Alikadic Husovic, deputata al parlamento di Stranka za BiH (il partito di Haris Silajdzic) e direttore della clinica oculistica di Sarajevo, che dice: “questa malattia deve essere curata per evitare la sua diffusione” - specificando (con orgoglio) - “questo tipo di deviazione psicologica non è tipica della nostra mentalità”.

Opinioni evidentemente condivise anche in Serbia. Solo due giorni prima, a Belgrado, il “Queer festival “ (già alla quinta edizione, così come quello di Zagabria) è stato attaccato da militanti del gruppo ortodosso clerico-fascista serbo “Obraz” (onore). Uno degli aggressori era stato arrestato.

Poche luci nella notte di Sarajevo. Boris Kozenskjin, portavoce della comunità ebraica di Sarajevo, ha sostenuto la necessità di fare subito una legge contro tutte le discriminazioni, che implicherebbe un maggiore rispetto per le minoranze, sia religiose sia sessuali; il regista Denis Tanovic (premio oscar con No man’s land”), neo fondatore del partito “Nasa Stranka”, ha protestato contro le dichiarazioni discriminatorie di politici e religiosi bosniaci.

Dal 1996 in Federazione BiH e dal 1998 in Republika Srpska (le due entità costitutive la Bosnia Erzegovina) essere omosessuali non e più reato, ma l’omosessualità rappresenta un tabù talmente forte che essere riconosciuti colpevoli di corruzione o essere stati degli assassini è considerato meno grave che dichiararsi omosessuali.

Tre anni fa usciva Go West, film del giovane regista bosniaco Ahmed Imamovic, che raccontava la storia d’amore tra due uomini, un serbo e un musulmano, nella Sarajevo assediata. Suscitò reazioni violentissime, incluse ripetute minacce di morte per il regista.

In una intervista precedente agli incidenti, Svetlana Durkovic, portavoce di “Q” (organizzazione per la difesa dei diritti degli omosessuali) aveva detto che il festival stava assumendo significati che vanno oltre quelli che interessano i singoli gruppi che lo animano: “E’ diventato materia di difesa dei diritti umani e dello stato laico dove politica e religione devono rimanere separati. Si tratta di difendere il diritto alla libertà e alla sicurezza”. Aggiungendo: “non ci lasceremo intimidire dalle azioni degli estremisti religiosi” ma, dopo gli incidenti, il programma del “Sarajevo Queer festival” è stato sospeso.

Amnesty International ha duramente condannato l’uso di un linguaggio omofobo da parte dei media e dei politici, richiamando tutti ad assumere un ruolo costruttivo nello smantellamento dei pregiudizi.

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2 Responses »

  1. [...] Scene di caccia nel centro di SarajevoDa settimane il festival era stato bersaglio di attacchi violenti da parte del giornale “Dnevni Avaz”, il più diffuso e ricco del paese, fondato nel 1995 da Fahrudin Radon?i?, un giornalista bosgnacco nato nel sangiaccato, in Serbia. … [...]

  2. Good for people to know.

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