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Kosovo: conto alla rovescia per l’indipendece day

A cura di AMISnet • 16 Febbraio 2008

Ferma e sospesa come uno dei tanti paesaggi innevati di questo periodo dell’anno, ma sull’orlo del precipizio. Così si presenta la situazione del Kosovo, la provincia secessionista amministrata dall’ONU in attesa dell’imminente dichiarazione unilaterale d’indipendenza attesa per il 17 o 18 febbraio. Di Lorenzo Galeazzi

Pristina. Dalla parte della maggioranza albanese è tutto pronto o quasi, dalla nuova bandiera, niente aquila bifronte ma tre colori con un disegno stilizzato del Kosovo, al nuovo inno nazionale. Dall’altra, quella serba, ormai concentrata in poche enclave, si aspetta invece l’intervento di Belgrado e all’occorrenza di Mosca per riportare l’ordine e il diritto internazionale.

Nel frattempo la vita va avanti fra attività lecite e meno lecite, fra schede telefoniche vendute agli angoli della strada e bar stracolmi di giovani disoccupati.

Tutto sotto l’occhio vigile delle Nazioni Unite che, nel caso la situazione dovesse precipitare, sono pronte a sparire in sole 24 ore. A tale riguardo una fonte riservata di UNMIK, l’amministrazione temporanea dell’ONU, ha parlato di un piano d’evacuazione che prevede cinque vie di fuga con elicotteri e ponti aerei e anche l’eventuale distruzione di un ponte nella periferia industriale di Pristina, nel caso rappresenti un ostacolo lungo la via per il moderno aeroporto internazionale.

Nella futura Capitale e nei maggiori centri urbani i segni della guerra del 1999 sono quasi del tutto invisibili, ma ci sono, basta allontanarsi e andare nei villaggi albanesi e nell’enclave serbe, basta fermarsi per parlare con la gente.

Come a Meje un piccolo centro della provincia di Djakova a ridosso del confine con l’Albania, dove c’è la sede dell’Associazione 27 Aprile. È un cimitero. 377 lapidi, 375 di maschi albanesi d’età compresa fra i 13 e i 94 anni, che riportano la stessa identica data di morte: 27 Aprile 1999, intere famiglie stroncate dalla barbarie della pulizia etnica di Milosevic. I primi corpi sono stati rimpatriati dalla Serbia solo cinque anni fa e il presidente dell’associazione, Haki Vadrija, otto parenti uccisi fra cui il fratello, sta ancora cercando i corpi delle altre vittime per dare loro un’adeguata sepoltura secondo il rito musulmano o cattolico.

Nelle enclave e nei monasteri serbi alla memoria della guerra passata si somma l’ansia e la paura per l’imminente futuro. E’ opinione diffusa che quando Pristina dichiarerà la propria secessione da Belgrado ci saranno altri scontri e violenze e altri cittadini serbi saranno ancora costretti ad abbandonare le proprie case.

Il Monastero di Decani, nella parte Ovest del Kosovo, quella sotto il controllo italiano, dal 1999 ad oggi è stato attaccato 4 volte, l’ultima meno di un anno fa, per un totale di 23 granate e un missile. Come racconta Padre Andrei è dal 2004 che la NATO ha pronto un piano d’evacuazione dei monaci, ma alla domanda se sono disposti ad abbandonare l’area sacra la risposta è netta: “La parola evacuazione non esiste nel nostro dizionario”. Stessa musica a Gorazdevac, un villaggio nei pressi di Pec, sempre nella zona Ovest. Questa enclave è diventata famosa perché è stata l’unica a non essere mai stata completamente abbandonata dai propri abitanti, neanche nei momenti più bui della contropulizia etnica. Peccato che la sopravvivenza di questi luoghi e di chi ci vive sia legata al fatto che sono controllati notte e giorno dai militari armati della KFOR che non potrà rimanere lì per sempre.

Se ci si sposta al Nord, ai sentimenti di cupa rassegnazione si sostituisce uno spirito ancora belligerante. Mitrovica è il centro urbano più importante dell’unica enclave serba in continuità territoriale con Belgrado e tutti gli esperti di politica internazionale dicono che sarà l’epicentro della prossima guerra del Kosovo.

La città è una delle tante “Berlino dei Balcani”, a dividerla in due entità etnicamente pure non è un muro o un recinto ma un corso d’acqua. A Nord i serbi, a Sud gli albanesi e in mezzo il fiume Ibar e il suo ponte con alle estremità i due check point. Le poche macchine che vi transitano in direzione Sud-Nord levano la targa kosovara o la sostituiscono con una serba. Nessun simbolo o codice del Kosovo quasi indipendente è riconosciuto: dall’aquila albanese su sfondo rosso di passa al tricolore serbo, dagli euro ai dinari, dall’alfabeto romano al cirillico.

“E’ il confine etnico” come spiegano alcuni abitanti di Mitrovica Nord ed è opinione diffusa che una volta che Pristina si dichiarerà indipendente da Belgrado, Mitrovica farà lo stesso con la nuova capitale del Kosovo e per annettersi alla Serbia.

Una possibilità categoricamente esclusa da Srba Milenkovic, Presidente dell’assemblea consultiva di Mitrovica Nord, una specie di sindaco, che si dice certo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite bloccherà “l’eventuale” dichiarazione d’indipendenza perché in aperto contrasto con la Risoluzione 1244 dell’ONU (che in effetti contempla la sovranità serba sul Kosovo). Inutile parlarci, sembra che non legga i giornali e sembra che non abbia ascoltato le parole di Bush che solo poche settimane prima da Tirana aveva detto che l’America il giorno dopo il distacco di Pristina, avrebbe riconosciuto il Kosovo”.

Se così fosse la città non sarebbe invasa di immagini di Putin, “fratello maggiore” di Belgrado e strenuo sostenitore della causa serba sulla provincia ribelle e non sarebbe invasa dai cartelloni elettorali di Nikolic, il leader dei nazionalisti serbi sconfitto per poco alle ultime elezioni, il cui programma elettorale poteva essere riassunto così: “Il Kosovo è Serbia”.

Con Jovic Nebojsa, per fortuna si può ragionare. Secondo il Presidente del Consiglio nazionale serbo per Mitrovica Nord il riconoscimento dell’indipendenza da parte di USA e UE rappresenterebbe una violazione della Risoluzione 1244. Ciò obbligherebbe Belgrado a riportare in Kosovo il suo esercito e la sua polizia, perché è solo secondo quell’accordo che la Serbia ha ceduto temporaneamente il controllo del territorio alla comunità internazionale. All’obiezione che Belgrado potrebbe scegliere la strada per Bruxelles (con un percorso facilitato di adesione all’UE) rispetto a quella per Pristina, Nebojsa non ha dubbi: “La Costituzione obbliga la Serbia a difendere il proprio territorio, se così non fosse il Presidente sarebbe rimosso e arrestato. Caldeggiare l’indipendenza albanese porterà un nuovo conflitto fra la Serbia e albanesi e fra Serbia e la KFOR”. Insisto. “Nel caso la Belgrado non muovesse le truppe, noi saremo obbligati a rifiutare questa soluzione perché il Kosovo indipendente sarebbe una creatura criminale ed illegale. A quel punto Mitrovica sarebbe la sola a rispettare la 1244”. In altre parole: la secessione. Anche alcuni agenti della KPS, la polizia del Kosovo sotto comando UNMIK, che a Mitrovica (e nelle enclave) sono di etnia serba, interrogati sulla faccenda si sono detti pronti a svestire quelle uniformi per abbracciare la lotta contro Pristina. Con quali uniformi? “Con quelle di Belgrado è escluso” risponde Nebojsa. Rimane una terza opzione, la peggiore, l’uniforme di qualche gruppo paramilitare. “E’ per questo che entrambe le parti in causa devono avere pazienza e sapere che ogni movimento sbagliato causerà disordini”.

A Pristina però l’eventualità di un distacco del capoluogo del Nord è considerato come un atto belligerante. Come dice Xhavit Jashari, Presidente dell’Associazione dei Veterani dell’UCK e cugino di Adem, il leggendario fondatore dell’Esercito di liberazione nazionale, “siamo pronti a combattere di nuovo per l’integrità territoriale del Kosovo indipendente e sovrano”.

Per il momento le armi tacciono e speriamo continui così. Se c’è una cosa di cui quella terra non ha assolutamente bisogno è di altri morti. Alla convinzione largamente diffusa in parte albanese che l’indipendenza sarà la panacea di tutti i mali che porterà via disoccupazione (al 40% in città, al 90 nei villaggi e nelle enclave), criminalità e corruzione, Belgrado risponderà presto con l’embargo energetico. E infatti sabato e domenica scorsa ci sono state le “prove tecniche di indipendenza”, 10 ore di black out per giorno, contro le 4 – 5 canoniche.

Questo articolo di Lorenzo Galeazzi è uscito nel numero in edicola dal 15 febbraio del settimanale Left

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