Bosnia. I lamponi della speranza
A cura di andrea foschi • 8 Febbraio 2008
Le esperienze della cooperativa bosniaca Insieme. Quando un frutto riesce a far convivere etnie diverse.
Bratunac, Bosnia ed Erzegovina.
Ivanka ha gli occhi azzurro mare, i capelli neri, torvi, e non più di 35 anni. E’ serba, ma come tutti gli esseri umani vittime di una guerra, non ha nazionalità. La incontro in una calda mattina di agosto. Ivanka è una delle donne che una neonata associazione della zona, Maika - Madre, assiste. Al nostro incontro, la Presidente, Reika Filipovic, donna silenziosa, riflessiva, e lei. La nostra conversazione inizia in modo rapido, violento. Dice: “Qualche giorno fa degli stranieri hanno organizzato una partita di calcio, in un campo qui vicino, per qualche forma di solidarietà. Nello stesso campo, 14 anni fa, giocarono una partita con la testa di mio marito”. La sua storia insostenibile, come molte delle storie di chi, nella prima metà degli anni Novanta, si è trovato nel posto sbagliato al momento giusto. Sono spesso di donne, le storie che ho sentito, nell’area di Srebrenica e non solo. Ed è così che la storia di Ivanka continua, e continua: il marito, la famiglia estinta, il campo profughi. Vedo la sua piccola casa, sulla sommità di un palazzo. Visito il villaggio dove abitava anni prima, raso al suolo durante la guerra. Poche pietre, raccolte sotto la boscaglia, ne alludono all’antica presenza. Indica Ivanka con la mano “lì”, lì hanno ucciso il marito; “lì” la nostra casa e quella dei miei suoceri. Mi offre delle pere selvatiche, cominciamo a scendere la collina che poco prima abbiamo risalito, ci sediamo per mangiarle. In qualche modo, dal primo momento, ho la sensazione di ricordarla, d’averla incontrata altrove. Normalmente qualcosa mi impedisce di chiedere “E ora? E ora.. come va?”. Lo chiedo, risponde rapida come alla prima domanda: “Bene”, dice con un improvviso assenso, “ho una casa, un lavoro in cui mi trovo bene, uno stipendio, delle amiche”. Bene? Le chiedo dove lavora. “Alla Cooperativa Insieme”, qui vicino, “anzi ora è meglio che andiamo, o arrivo in ritardo al lavoro”. Ecco dove ci eravamo visti, prima, io non ricordandola, lei sì, ma me lo dirà solo dopo. Avevo visitato quel luogo, qualche mese prima, con uno strano italiano: Salvatore Ferruzzi, cooperatore di Trento. Da Tuzla lo avevo raggiunto per visitare i progetti che stava seguendo in zona. Sposato con una signora bosniaca, tornava quel giorno dalla visita alla famiglia di lei, e mi aveva raggiunto, con molta attesa da parte mia, a Bratunac. Lo seguo in auto, prende una direzione che conosco, una strada che accompagna il corso basso della Drina. Entra in un parcheggio ampio. Di fronte, un capannone giallo. Sopra, una scritta, “Insieme”, e di fianco a questa, il disegno di un lampone. In pochi istanti scopro il perché. “Hai una camicia, o un maglione” chiede Salvatore. Perché? E’ estate. “Dove andiamo ora ne hai bisogno”. Entriamo nell’enorme capannone. Si apre la porta di una cella frigoriera. Dentro, nella luce bassa dei neon, decine di donne ed un uomo accostano un nastro scorrevole, indaffarati su di esso. Mi avvicino, e sul nastro si seguono l’uno all’altro migliaia di lamponi. E’ la selezione. Sono donne della stessa età, più o meno, attorno ai 40 anni. Poco più in là, altre celle raccolgono centinaia di cassette, accatastate in verticale: sono i lamponi scelti, pronti per il mercato.
La Cooperativa Insieme nasce nel 2003 da un’idea di ICS - Consorzio Italiano di Solidarietà Sarajevo, e di Forum Zena - Forum delle donne di Bratunac, in collaborazione con l’Associazione La Ventessa, ACS - Associazione Cooperazione allo Sviluppo, Agronomi Senza Frontiere e Associazione per la Pace. L’idea: rilanciare la produzione dei lamponi, mercato fiorente nella zona prima della guerra, attraverso una struttura cooperativa cui partecipino “uomini e donne di buona volontà, al di là della loro etnia”, specifica Salvatore, “siano essi serbi o mussulmani”. “Molte famiglie sono state distrutte dalla guerra, nel comune di Bratunac ci sono più di 1000 donne capofamiglia. Come favorire allora, da una parte il rientro delle famiglie, e dall’atra offrire un lavoro certo, che provveda alla loro sussistenza e inneschi nuovi meccanismi di condivisione e di rispetto interetnico”. Attraverso la cooperativa, appunto: un luogo in cui si lavora “spalla a spalla”, specifica Rada Zarkovic, presidente dell’Insieme, da poco sopraggiunta, in un italiano simile al bolognese, “superando la paura col lavoro. Il primo problema del nostro paese è che chi torna, ora, non ha un futuro, non ha una prospettiva. Noi cerchiamo di offrirglielo. Questo è l’unico modo per superare odio e diffidenza. Il numero dei soci è cresciuto, sono cresciute le esportazioni, e tra un poco, ma questo è ancora un sogno, produrremo marmellate”. E perché i lamponi? “Per tante ragioni, perché sono parte della cultura tradizionale dell’area, e molti altri perché, ma quello che mi piace di più è questo: perché i lamponi trasformano la parola ritorno nella parola restare: ogni pianta di lampone darà frutti per almeno dieci anni, e questo sarà, forse, per i coltivatori, un incentivo a rimanere”. Di dove sia Rada, provo a scoprirlo. Qualcuno dice bosniaca, qualcuno azzarda croata. Buon segno, che nessuno se lo sia mai chiesto. Comincia a far freddo, è ora di andare. Mangio alcuni lamponi. In un tavolo davanti al gigante giallo, le donne in pausa bevono insieme il caffé e ridono. Tra di loro, vestite tutte di rosso, c’era anche Ivanka. Tornandoci, mi capiterà spesso di rivedere quest’immagine. Non potevamo sperare di meglio.
questo reportage è stato pubblicato anche dal settimanale La Rinascita della Sinistra, in data 22 novembre 2007.
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