Diario dal Kosovo: ritorno alla base
A cura di andrea foschi • 24 Dicembre 2007Si chiudono per adesso le corrispondenze di Andrea Foschi dal Kosovo. In queste settimane ci ha raccontato le sue impressioni e le storie dimenticate di quel martoriato pezzo d’Europa. Ecco l’ultima nota.
Venezia, 23 dicembre 2007
Tuzla è città per varie ragioni visionaria: al viaggiatore rimangono le colline, con piccole case dai tetti coperti di neve e dai camini fumanti; un curioso centro di piccoli edifici colorati che paiono un set di cartapesta, lilla o azzurri; un agglomerato di grandi fabbriche e torrioni di raffreddamento, che furono un tempo la sua gloria e sono ora enormi cadaveri del tempo.
Sono questi torrioni, che non smettono notte e giorno di fumare, e i capannoni, illuminati dai grossi forni in lontananza o da scie di neon, gli ultimi ricordi che il viaggiatore che sale verso nord ha della città.
Nel tardo pomeriggio uomini lenti, al calare della luce, camminano lungo le strade per rientrare nelle loro case. Sagome scure, portano con grosse borse o attrezzi con cui hanno reciso la legna.
In poche ore la Bosnia è un ricordo, la Croazia fugge via sotto l’autostrada, la Slovenia è neve, vallate bianche ed equivoca aria d’Europa. Il confine nazionale tra Italia e Slovenia è stato dimesso da sole poche ore quando lo attraverso. Rimangono, silenziosi, blocchi di uffici bianchi e torrette di controllo. Lo attraverso non senza un brivido, quasi non rendendomene conto, a 40, forse 50 km/h.
Ricordo le feste a Lubijana, il giorno dell’entrata in comunità, stand e tende in festa nelle campagne slovene, il concerto in notturna di Bregovic per la Gorizia-Gorica unificata, con un palco a ridosso tra i confini. Si riaprono fantasmi che l’Europa non ha ancora voluto chiarire, e strane sensazioni in tempi che per alcuni paesi corrono rapidi e per altri sono infiniti. Briciole sotto il tappeto, e urla di morti che chiedono vendetta.
Non ho neppure il tempo di riappaesarmi, che subito è, di nuovo, aria di Balcani. Accetto un invito a Cormons, di poco distante da Gorizia, per un concerto che, nelle vie nascoste dalla notte, si annuncia da lontano: è la Kocani Orkestra, divi di Macedonia. Torno lì per un attimo, dove per la prima volta li ho ascoltati, quando arriva diretto il suono d’una tromba, che dice chiaro: è King, il trombettista virtuoso e calvo del gruppo, e in un assolo intona Everlezi, nel silenzio del pubblico.
Poco dopo, quando arrivo nella piazza, le persone sono in un cerchio che le unisce per le mani, danzanti. Sono italiani e sloveni. Non macedoni, salvo i musici, non croati, non bosniaci, non montenegrini né serbi. In un concerto, regalato dal comune di Gorica, per l’abbattimento delle frontiere..
E’ incredibile, come anche qui faccia così freddo..

