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Diario dal Kosovo: ritorno a Tuzla. Senza cappello fa freddo

A cura di andrea foschi • 21 Dicembre 2007

Rientriamo in tarda nottata a Tuzla, Bosnia ed Erzegovina, da dove il nostro viaggio era iniziato. Attraversiamo, nella notte, lande innevate che la luna illumina e che sembrano non finire mai, che sembrano aver cancelleto ogni passaggio umano e segno di vita.

La nostra auto si rompe lungo il tragitto. Un cuscinetto posteriore ci lascia e ci costringe a procedere a lenta velocità nella notte. La Serbia è buia oggi, fino a quando non costeggiamo un’intera dorsale di impianti sciistici che da Nova Valos ci portano alle montagne di Tara. Improvvisi compaiono lampioni che costeggiano le piste, impianti e città tirate a lustro che brillano nella notte. Visioni che ci ricordano le rischiose contraddizioni del paese.

Quando troviavo la Drina al nostro lato sinistro, i giochi sembrano fatti. La sua presenza visiva impercettibile, è pareggiata da una sensazione dell’olfatto che subito ne anticipa la presenza. E’ per chi scrive, luogo di antichi legami, di sedimentate impagabili sensazioni.

Attraversiamo il fiume sulla frontiera acquatica di Zvornik, città contesa tra le nazioni, e gelida, grigia, città di frontisti e di pernottamenti.

Tuzla, che ci si annuncia per il suo cielo rosso nella notte, per il fumo delle fabbriche e del carbone delle case, è nella notte una visione attesa ma inaspettata. La neve ancora fresca la ricopre sulla dosrale ovest delle sue colline, che gli ultimi fumi delle case ricordano come luoghi ancora vivi nella notte ormai fonda. E’ aria di casa, ora.

Cerchiamo un bilancio, cerco un bilancio e non lo trovo. Ce n’è uno di gioia degli incontri e dello sguardo, che da senso al tempo ed all’investimento. E ce n’è uno della frustrazione, di incontri dai modi sgraditi e del non ascolto. Della frustrazione per aver scritte cose disattese e non ascoltate, di aver cercato una trasmissione di segni capendo solo dopo che il luogo dei segni e’ ormai altrove. Una frustrazione lavorativa che toglie il senso ed il desiderio della scrittura.

Il Kosovo rimane lì. Al centro restano le persone e i loro inascoltati anflatti, il valore che possiamo dare al tempo ed all’incontro con loro, il senso e la voglia di valorizzare il loro senso la loro preseza. Almeno per ora.

Ieri c’erano le celebrazioni serbe di San Nicola, oggi il bairam musulmano. La gente ora si getta per le strade, e mentre una parte della città, me compreso, si addormenta, un’altra prende vita. E’ venerdì, e venerdì post festivo, per tutti.

Nel pomeriggio, in un locale della piazza centrale, il mio preferito, consumo tre cioccolate calde e un testo di Ezio Raimondi, che ho ricevuto ieri come dono natalizio. Parla di etica della lettura e del lettore, di libri e della realta’. Sue parole restano imbrigliate nelle mie trame.

Come sempre risalgo la collina e mi rifugio. I ragazzi scendono verso la città. Una pioggia leggera, forse densa unidità, mi coltiva. Senza cappello fa freddo.

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