Diario dal Kosovo: non c’è luce
A cura di andrea foschi • 15 Dicembre 2007
Il Kosovo è al buio. Manca l’elettricità. I telefoni non funzionano. Il clima è teso, di silenziosa attesa. Un’attesa nervosa, che s’intravede in alcuni gesti rapidi della gente, quando una camionetta militare attraversa il centro della citta’ a sirene accese o un elicottero si solleva da una delle tante basi.
Scelgo un cantone del Kosovo per osservare meglio le conseguenze dell’azione delle grandi firme. Sono a Pec-Peja, Kosovo occidentale, al confine con l’Albania.
Proprio qui si concentrano un alto numero si enclaves, zone protette, villaggi serbi, ancora in vita grazie alla resistenza strenua dei loro abitanti, e spesso alla presenza di truppe internazionali che, anche se non sempre - la storia recente insegna, funzionano da deterrente ai probabili attacchi che segnerebbero la fine della presenza serba in questo cantone.
Il nostro viaggio inizia a Gorasdevac, enclave protetta della Kfor, cui stanno di guardia le milizie romene. E’ l’8 dicembre. Ci arrivo di sera, è notte fonda. Ricordo che alla mia ultima visita, qualche anno fa, l’accesso era stato subito bloccato da due militari con il mitra spianato. Regolare controllo dei documenti, ragioni della visita, perquisizione. Oggi no: in un angolo buio, semi-addormantato, ci accoglie un militare che ha in grembo un gatto bianco, e che continua ad accarezzarlo nonostante il nostro arrivo. Attendo, ne sollecito il controllo, ma da lontano indica che posso passare senza problemi. Cosi’ pure era successo, qualche anno fa, quando nel 2004 la protezione delle strutture serbe era stata alleggerita man mano, tanto da permettere quanto successe il 17 marzo 2004.
Ora siamo nel 2007. Il mattino seguente mi reco in visita al monastero di Decani, poco distante, e Padre Andrej, per prima cosa mi ricorda quanto sia loro necessaria l’assidua protezione degli internazionali, pena l’essere “cancellati”. E’ placido, e serafico, Padre Andrej, ma non a sufficienza da nascondere la preoccupazione. Mi ricorda che “in ogni momento noi siamo sotto tiro: ogni angolo qui nei boschi che ci circondano portebbe nascondere qualcuno intenzionato ad mandarci un regalo, una raffica o una granata”, e aggiunge: “anche a marzo di quest’anno ci hanno colpiti, con un razzo, proprio - indica con una mano forte, ma delicata - sotto quella finestra. Quella e’ la finestra dell’abside. Se avessero colpito 20 centimetri piu’ sopra avrebbero incendiato la chiesa e forse saremmo morti anche noi”.
A Decani incontro anche Nada, nel refettorio. Anziana donna di Jakova-Jakovica, fu anche lei costretta nel 2004 alla fuga dalla sua casa incendiata, e trovo’ rifugio tra le accorte mani del monaci di Decani, che la accolsero, come una madre, nel monastero. E racconta che con difficolta’ prima di 5 mesi porta’ rivedere la sorella, rifugiata in Serbia, a Belgrado, e ricorda quanto sia dura la vita di chi e’ costretto a vivere in una prigione, senza il diritto e la possibilita’ di uscirne senza scorta, pena la vita. Nada e’ una donna molto anziana, distrutta dal conflitto.
Vorrei rinchiudermi ancora nella pace di Decani. Mi dirigo invece verso il villaggio di Bjelo Polje, poco lontano, e che si trova a pochi metri dal quartier generale delle truppe italiane, Villaggio Italia. Ci accoglie subito il paradosso: nel tardo pomeriggio il Villaggio e’ illuminato a giorno, il suo profilo, che si raccoglie lungo una intera dorsale della montanga che lo accoglie, e’ visibile a kilometri. Mentre, intravediamo solo grazie alla luna calante, il profilo del poco che rimane del villaggio. Bjelo Polje fu una delle prime vittime ad essere mietute durante gli attacchi del 2004, pur essendo gia’ stato raso al suolo in parte durante la guerra.
Incontro Raiko, serbo locale, nato nel villaggio, e che ha deciso, dopo una decina di andare e ritorni, di ritraferirvisi. Lui e la moglie Mara sono tra i pochi fortunati che hanno potuto usufruire del programma internazionale di ricostruzione case. Il programma falli’, infatti, dopo la guerra, quando chi era rientrato sperando di poter riiniziare una vita dignitosa dove era nato, aveva visto di nuovo, tre anni fa, la sua casa distrutta e la sua famiglia in parte uccisa. Nessuno ora vuole piu’ vederli li’. A Resistere sono in pochi.
Raiko e Mara hanno riiniziato a vivere per ben tre volte: tre volte infatti la loro casa e’ stata bruciata, e ora aspettano solo “quello che Dio ed il futuro vorranno darci”. “Magari scapperemo in Italia”, ironizzano. “O magari moriremo qui, molto presto, ma vogliamo vivere qui. Tutto cio’ che abbiamo e che ci resta e’ qui. Siamo sempre stati accoglienti con tutti, amici di tutti. Solo che le cose funzionano in questo modo qui: un giorno sembra tutto normale, e il giorno dopo nessuno ti saluta piu’ e la tua casa viene bruciata, e tu.. non si sa”.
Il giorno dopo, salendo piu’ in cima al villaggio, ne attraversiamo quello che era il centro. Solo case distrutte da ambo i lati. Alla fine della strada che lo attraversa, il filo spinato. Da una casa, non molto diversa dalle altre in macerie, un’anziana donna mi chiama. Veste di nero, Mitra, di 74 anni. Esce pochi istanti dopo anche Lubomir, ha la stessa eta’: ci accolgono nella loro piccola casa, senza suppellettili, senza luce ne’ acqua. Specifica subito, Lubomir: “Gli albanesi ci hanno tagliato l’acqua. E la luce, non c’e’ quasi mai”. “Avevamo una casa, grande, qui davanti”, dice, e allora usciamo, e Lubomir mi indica un grande prato. Non capisco dove debba guardare. Chiedo chiarimenti, e allora mi inviata a seguirlo: ora vedo, non resta nulla della casa, solo il segno del fuoco, al suolo. Mi indica, conducendomi, i ceppi degli alberi, recisi e bruciati; mima con un movimento secco, al collo, l’uccisione di tutti i suoi animali, loro unico sostentamento; mi indica la casa del fratello Mladen, che dopo essere stato accoltellato, a 60 anni di eta’, mentre, durante un assalto albanese al villaggio, attraverso il cimitero, cercava rifugio nella chiesa. Dopo quel giorno, Mladen ha preferito non tornare a Bjelo Polje: accoltellato al braccio ed alla schiena, con un fendente che ne attraverso’ il ventre, si salvo’ per miracolo. Credendolo morto lo lasciarono al suolo.
Con Lubomir, attraverso il villaggio e la sua geografia degli orrori: “Qui la mia amica e’ stata legata ad un albero e decapitata, nel 1999. Qui un’altra amica ha subito violenze, nel 2004″, dice, con foce flebile. Risalendo, arriviamo al cimitero. Distrutto, senza neanche il rispetto per i morti. Tombe non di giovani, o di combattenti, ma di anziani e di uomini e donne morti decine di anni prima. Lubomir, con il peso di ogni movimento, mi indica la tomba della madre, tomba abbattuta, dei fratelli, che morirono anni prima della guerra. Di un fratello, e poi di un altro, “uccisi dagli albanesi 50 anni prima, uno di loro aveva 16 anni”, l’altro non ricorda esattamente, “ma non piu’ di 12″.
Nei giorni precedenti avevo partecipato alla setara di Miss Kosovo. Ironia della sorte, dato il contesto. Di prima mattina, di fronte all’hotel Peja, hotel della citta’ che ospita le candidate ed i candidati di Miss/Mr Kosovo 2007, incontriamo Marku, che, sentendoci parlare in italiano, ci avvicina. Indossa l’abito dei giorni di festa, leggermente corto sulle maniche, e una sciarpa gialla. Ha vissuto in Italia un mese, come rifugiato, durante la guerra, e poi cinque anni in Canton Ticino, a Lugano. Li’ ha imparato l’italiano, lavorando, dice, con operai catanesi; poi e’ tornato in Kosovo, che ama, ed oggi accompagna Elza, la figlia di 16 anni che partecipa a Miss Kosovo. “Io non ne so molto – dice con una punta di orgoglio – sono arrivato solo adesso, ma credo sia una bella esperienza per lei”. E lo speriamo. Arriva, poco dopo, tra di noi anche Elza: e’ alta, capelli lungo tutta la schiena, sorride. Abbraccia Marku, e racconta l’emozione della sua giornata con la gioia dei suoi anni.
Passo la giornata con i giovani concorrenti. Li accompagno dal parrucchiere, e poi al guardaroba. Chi di loro vincera’ avra’ una borsa di studio per quattro anni all’universita’ di Pec-Peja, qualche soldo per sostentarsi e un telefonino. Peccato che questa possibilia’ sia offerta a soli ragazzi e ragazze albanesi, bosniaci e rom, e che nessuno si sia ricordato di invitare giovani serbi a partecipare. Forse la loro presenza sul territorio e’ stata dimenticata.
In serata raggiungo l’hotel-ristorante Universal, dove si terra’ il concorso. Seguo le indicazioni fornitemi, esco dalla citta’, costeggio un intero quartiere distrutto, poi l’enorme base UNIMK – Missione Kosovo delle Nazioni Unite. Un filo spinato di kilometri la costeggia.
Vestono in abiti eleganti, i partecipanti. Hanno saltato la polvere e il fango per mantenere intonsi i loro vestiti. Nel gran patio del ristorante, una fontana azzurra attorno alla quale sfileranno i candidati. Centinaia di tavoli e sedie.
I ragazzi sono tesi. Chi vincera’ non portera’ a casa solo qualche premio, ma anche l’illusione, per un giorno, di essere cittadino europeo, e di meritare un futuro dignitoso. Ma impressiona sempre partecipare ad eventi simili, sempre piu’ spesso punto di partenza per altri mercati: sono migliaia ormai, in Kosovo ma non solo, le vittime del traffico di esseri umani e di prostituzione. Soprattutto nei pressi delle basi e delle grandi sedi degli organi internazionali. Ho partecipato spesso, in ex-Jugoslavia a eventi del genere, temendo che – e le denounce in merito non sono mai venute meno – questi giovani ragazzi, ignari, possano trovare, in serate simili, il trampolino per un futuro diverso da quello che si aspetterebbero. Dopo una lunga trafila di sfilate, e di esibizioni canore di bambini, cantanti locali e rapper, le premiazioni. Vestiti in abiti d’epoca, kosovari e albanesi, vengono premiati Miss e Mr Simpatia, Amicizia, Stampa, Sorriso, e, per concludere, Kosovo.
Vincono Arbnora Ademaj, 20 anni, albanese di Pec-Peja, modella, e Lecitrim Lokaj, Albanese, di 19 anni, studente di informatica di Junka, poco distante da qui. E’ la prima sfilata di Lecitrim. Visibilmente emozionato. Non cosi’ per Arbnora, sicura di se’, da tutto il giorno solo in attesa di essere premiata.
Una ventina di guardie del corpo non si e’ mai allontanata dall’entrata. Petardi in lontananza. Il giorno successivo i ballottaggi elettorali in molte citta’ del Kosovo. E tra poco la decisione definitiva sullo status della regione.
Ma quella sera il Kosovo vuole distrarsi. Anche se non sembra riuscirci, pare, come e quanto vorrebbe.
Rientro a Gorasdevac, dove pernotto, in tarda serata. Costeggio un piccolo fiume, sovrestato da una nebbia bassa e leggera. Nessuna luce, nessun suono, nessuno per la strada.
Leggi questa articolo uscito oggi 15 dicembre anche su Il Manifesto


anche questo è Kosovo
http://www.missmiacaramiss.com/2007/12/16/anche-questo-e-kosovo/