Kosovo: inizia il diario di viaggio
A cura di andrea foschi • 5 Dicembre 2007Comincia da oggi il diarario di viaggio in Kosovo del nostro collaboratore Andrea Foschi. Seguilo in esclusiva su Caffe’ Sarajevo.
Tuzla, Bosnia ed Ercegovina, 04 Dicembre 2007
Da anni attraverso questa ex-nazione, che il diritto internazionale ha chiamato stati indipendenti, in tutte le sue divisioni. Se i miei ricordi la chiamano ancora Jugoslavia, il paese di chi, da piccolo, dal Veneto, tante volte l’ha attraversata, in gite o viaggi piu’ o meno lunghi, con la famiglia, questo poco conta. Ho amato tutti questi paesi, ognuno a modo suo, ognuno per una differente ragione. Tutt’ora, per diverse vie, questo ricordo e questo moderno sentimento sono vivi. Quando arrivo a Trieste, o in Carnia, o a Gorizia, sento quel alito lontano che tante volte mi ha portato qui e spinto oltre, dalle porte dell’Oriente all’Oriente, pieno, incontrastato. Qui tanto spesso si gioca e si e’giocata la nostra identita’, italiana ed europea. Trovare le risposte qui, e’ trovarle in casa nostra, per casa nostra. C’é un obbligo etico nell’essere presenti.Da cosa riconosco la distanza dall’Italia, la distanza lasciata alle spalle, la strada attraversata di fuga per iniziare un viaggio? Dall’odore del carbone nell’aria, a Tuzla, Bosnia ed Erzegovina, dalla fuligine che si mischia alla nebbia, in una prima sera fredda che anticipa la neve. Dalla piccola casa di amici che mi ospita, con il buio in casa, nella notte e con la finestra aperta, ascolto il silenzio della notte di Bosnia. Della nebbia entra in casa, e assieme a lei una falena ed il freddo.
Poco fa, a cena a casa di Anna, un’amica, volontaria qui, ho conosciuto una donna, Lila. Le avevano parlato di me, da distante mi aveva scritto e detto di volermi raccontare la sua storia. Lila parla una lingua antica. Molte delle sue parole non le ho mai sentite qui, sono parole di chi viene da lontano, di chi vive altrove, in un cantone di mondo della Svizzera italiana e ha conservato nelle sue espressioni, nei suoi modi attimi di generazioni remote. Parla con una calma che le invidiamo, Lila, mentre raccoglie i capelli con una fascia rossa. ‘Domani ti racconteró la mia storia – cosí mi saluta Lila, sulla porta – da quando, giovinotta, sono partita dalla Bosnia per andare a Ginevra, e poi a Lugano, nel 1974’.
Solo quando promuncia la parola ‘giovinotta’ mi rendo conto di quanto sia preciso l’italiano di Lila. Esco. Un’uomo, nella piccola casa di fianco, rientra. L’odore dei funghi, nel risotto di poco fa, é solo un ricordo. Risalgo la strada di collina che porta a casa. Quasi i lampioni sono invisibili, coperti dallo strato di fuligine.
Raccolgo lenzula e coperte dall’armadio. Come ogni sera ricompongo il letto che qui per tradizione, ogni mattina, viene dismesso. Un cane abbaia nella casa di fianco.


bella idea! finalmente notizie fresche da quella terra dimenticata. bravi, continuate così
ciao GP